Barbara Bianchini (Erasmus)

 

Università degli Studi di Ginevra

 

Facoltà di Psicologia

 

a.a. 2004/2005

 

 

 

 

 

Cos’è rimasto di Psichiatria Democratica, oggi?

 

 

<< Nous ne sommes pas des branches sèches >>

 

 

 

 

 

 

(Gian Butturini, 1973, fotografia tratta da C’era una volta l’ospedale psichiatrico,Brescia, Area Market, 1998).


 

 

 

 

 

 

 

 

Il mondo di oggi può essere

descritto agli uomini d’oggi

solo a patto che lo si descriva

 come un mondo che può essere cambiato

( B. Brecht).

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 


INDICE

 

Introduzione

 

1

 

RIFERIMENTI STORICI

 

 

  1. La condizione italiana pre-legem 180.
  2. Nascita e intenzioni di un nuovo movimento.
  3. Il senso della politica per P.D.
  4. La continuità di intenti nel tempo.
  5. Gli strumenti critici di P.D.

2

I problemi “aperti” di psichiatria democratica.

 

  1. Dissoluzione della psichiatria.
  2. Il dominio della psicofarmacologia.

 

3

 

NUOVE LOTTE, VECCHIE QUESTIONI

 

  1. Dare to care: un nuovo modo di “prendersi cura”.
  2. Unità alle esperienze di riabilitazione, prevenzione e cura.
  3. Metilfenidato e antidepressivi.
  4. Un buon servizio di salute mentale.

 

 

Conclusioni

Allegati

 

 

 

Bibliografia

 

Introduzione

 

Psichiatria Democratica (P.D.) nasce in risposta alla crisi del paradigma manicomiale dell’internamento psichiatrico che la psichiatria istituzionale aveva fornito per affrontare la tematica della malattia mentale. In questo senso, quindi, Psichiatria Democratica si può definire come un movimento antipsichiatrico.

L’antipsichiatria, infatti, fu una corrente di pensiero sorta all’interno della psichiatria e delle psicoanalisi europee e nordamericane negli anni Sessanta e si impose sul panorama mondiale come critica radicale del concetto di malattia mentale e delle forme, allora correnti, di trattamento del malato (manicomi, terapie farmacologiche, normalizzazione della devianza). Pur senza negare l’esistenza di stati di disagio e di sofferenza psicologica, sostenne che nella grande maggioranza di casi si trattasse  non di malattie organiche, disfunzioni o disturbi,  ma di condizionamenti psicologici ed ambientali, o il frutto di contraddizioni sociali. L’antipsichiatria, quindi, si è definita attraverso una doppia negazione, la negazione dell’Istituzione, e la negazione dei suoi concetti fondamentali. Le differenti impostazioni antipsichiatriche possono schematicamente essere ricondotte a quattro esponenti principali: R.D. Laing e D. Cooper in Gran Bretagna, F. Guattari in Francia, T. Szasz negli Stati Uniti e F. Basaglia in Italia (Universale, 2003).

 


1

 

RIFERIMENTI STORICI

 

 

1. La condizione italiana pre-legem 180.

 

Non si può parlare di antipsichiatria senza prima trattare il contesto socioculturale che l’ha preceduta perché, in un certo senso,  è proprio in quest’humus culturale che essa trova la forza e gli stimoli per manifestare attivamente i propri principi.

L’antipsichiatria, infatti, nasce in risposta a ciò che Liberman (1997) definisce come “tematica della riabilitazione”, in risposta, cioè, ai problemi della cronicità, della difficoltà della deistituzionalizzazione, della nascita dei servizi territoriali (il cui obiettivo era l reinserimento del paziente in un circuito di vita normale, di comunità), dei “nuovi cronici” della revolving door system, dei modelli psichiatrici multifattoriali. Le prime critiche all’impostazione strettamente organicistica della psichiatria ufficiale e soprattutto all’arretratezza delle strutture assistenziali hanno luogo a partire dagli inizi degli Anni Sessanta, ma è con le lotte del Sessantotto e del Sessantanove che queste critiche assumono un deciso carattere di contestazione (Di Vittorio & Genchi, 2003). Le tematiche dell’antiautoritarismo, del rifiuto del mito della scienza neutrale, della denuncia delle istituzioni repressive (tematiche che resteranno negli interventi di P.D.) trovano, in questo periodo, un riferimento pratico nel campo psichiatrico italiano, grazie ad alcune esperienze già in atto, tra cui quelle di Gorizia (1961) e di Trieste (1971) sono le più esemplari.

Non è privo di significato, quindi, il fatto che P.D. sia nata in un contesto che coincide, da una parte, con il movimento di maggior incisività della lotta contro l’ideologia psichiatrica e contro la sua pratica repressiva, e, dall’altra, con il momento sociopolitico di maggior apertura di tutti i movimenti che mettevano in discussione l’assetto sociale italiano (basti pensare alla prova di forza del movimento operaio del Sessantanove o al movimento studentesco dal Sessantotto in poi). Allo stesso modo, poi, si può sostenere che la successiva repressione o il tentativo di razionalizzazione di questi fermenti hanno coinciso con le fasi alterne del quadro politico generale italiano (ibidem).

Intorno al 1973, quindi, sul territorio italiano si registra una vasta serie di iniziative psichiatriche in vari settori, quasi sempre separate l’una dall’altra (per una panoramica più dettagliata sui nuovi servizi di salute mentale post-legem 180 si rimanda all’allegato A). E’ anche per dare loro unità e quindi maggior forza che nasce Psichiatria Democratica.

A ragione, quindi, si può sostenere che il movimento di P.D. si inserisca negli esempi di lotta antistituzionale nella misura in cui esso

1) ricerca possibilità concrete di confronto tra motivazioni e progetti degli operatori tecnici e degli utenti, a differenza degli intenti pre-riforma basagliana;

2) pone come fondamentale il punto di vista dell’utente (mentre prima, invece, era escluso dalla comunicazione sociale);

3) si fonda su un’esperienza collettiva che parte dall’analisi dei livelli di potere in gioco e della loro distribuzione nel campo sociale.

 

Una delle iniziali risposte , quindi, che tale movimento dà al problema della salute mentale, come emerge dalle intenzioni del suo documento programmatico, è riassumibile in

-Individuazione e lotta contro il proprio ruolo nei confronti dell’utente del Servizio;

-Individuazione nella persona di bisogni sociali non soddisfatti,che l’internamento cancella,     occultandosi sotto la diagnosi di malattia;

-Individuazione degli strumenti terapeutici impliciti nel loro ruolo specifico,una volta liberato della strumentazione che il sistema sociale attua attraverso la delega del controllo e del potere;

-Individuazione e riconoscimento delle persone e delle forze sociali coinvolte e da coinvolgere in questa lotta (cfr. Allegato B).

In altre parole, quindi, il gruppo di P.D. si propone la lotta all’esclusione ed alla perpetuazione di meccanismi istituzionali separati e separanti anche nelle strutture psichiatriche extramanicomiali.

 

2. Nascita ed intenzioni di un nuovo movimento.

 

Bologna, Ottobre 1973: nasce Psichiatria Democratica per iniziativa di un gruppo di psichiatri raccolti intorno a Franco Basaglia che, sull’onda dell’esperienza di Gorizia, si pone come obiettivo principale l’abolizione del manicomio.

Esso, in altre parole, nasce n un contesto di denuncia in cui l’assistenza psichiatrica, uscendo dall’ambito strettamente specialistico, diventa un problema di rilevanza politica e sociale ed è su questa base che, nel 1973, il movimento di P.D. enuncia le sue linee programmatiche (cfr. Allegato B):

 

-          rifiuto dell’istituzione come organizzazione di custodia e di controllo;

-          lotta contro l’univocità di risposte all’internamento manicomiale e a quello carcerario;

 

In altre parole, la lotta contro l’internamento trova la sua legittimità in quanto considera tale pratica incostituzionale; essa deve inoltre avvenire attraverso “una riappropriazione della funzione terapeutica specifica di organismi sanitari che non hanno mai svolto un ruolo terapeutico nei confronti della malattia mentale” (Documento Programmatico, 1973) e attraverso una depsichiatrizzazione di questi servizi.

In questo senso P.D. promuove e porta avanti una denuncia contro il carattere repressivo delle istituzioni, iniziando a considerare idee come migliori condizioni di vita, difesa della salute , gestione sociale della medicina, crisi dei ruoli ed emarginazione non più, solamente, come obiettivi terapeutici, ma anche come obiettivi politici.

 

3. Il senso della politica per P.D.

 

“Non si può fare psichiatria senza politica” (comunicazione personale con Agostino Pirella, 2001).

 

A partire dall’esperienza basagliana, molti amministratori e politici italiani appoggiarono P.D. perché compresero il valore delle innovazioni della riforma: con il tempo, questo atteggiamento venne frainteso dall’opposizione per sostenere la teoria secondo la quale Psichiatria Democratica si era servita delle sue conoscenze politiche per raggiungere i propri scopi: niente di più falso.

Il movimento politico, in altre parole, accompagnò e sostenne le lotte del movimento (già a partire dai servizi territoriali e le risposte alla crisi sul territorio) perché comprese la portata dell’innovazione: non un semplice mutamento del modello psichiatrico, bensì empowering ecologico dei rapporti tra istituzione e utenza, tra i malati e il loro contesto, per costruire una nuova professionalità a contatto con i pazienti, con i familiari, con le realtà sociali. Offrire risposte down-top al disagio, risposte cioè che partano dalle richieste degli utenti e che siano appoggiate da una visione meno statica della psichiatria, da un “prendersi cura” che non debba , forzatamente, attendere l’approvazione burocratica delle prescrizioni legislative: da ciò scaturisce la dimensione “politica”, e non dalle relazioni con i politici.

 

 


4. La continuità di intenti nel tempo

 

Compito dell'operatore psichiatrico è, dunque riportare alla propria specificità un'istituzione e un rapporto che - sotto l'alibi di codificazioni scientifiche diverse - prevedono invece solo la genericità del controllo. Questo compito si attua attraverso la riappropriazione della funzione terapeutica specifica di organismi sanitari che non hanno mai svolto un ruolo terapeutico nei confronti della malattia mentale; e, al tempo stesso, attraverso una "depsichiatrizzazione" di questi servizi, rendendo esplicito il processo repressivo e discriminante che essi attuano e che con la malattia non ha niente a che fare” (cfr. Allegato B).

 

Questo è l’incipit del documento programmatico di P.D. ed è proprio in questo paragrafo, datato otto ottobre 1973 (anno in cui la legge 180 era ancora lontana anche se l’imbroglio psichiatrico istituzionale era già stato “smascherato”), che si ritrovano i due poli tra i quali oscillerà, come sostiene Canosa (2000), tutta la pratica del movimento istituzionale italiano: da una parte  la valorizzazione dello specifico terapeutico, nel senso di “prendersi cura di” e, dall’altra, l’uscita dal sistema “psichiatria” ritenuto repressivo e inadeguato, se usato da solo, in risposta alla complessità della sofferenza.

 

L’entrata in vigore della nuova legge del 1978 ha alimentato la lotta contro l’ospedale psichiatrico e ha segnato l’inizio, da parte di P.D., di un faticoso lavoro di ricostruzione dei nuovi servizi: in questa fase, che coincide con gli Anni Ottanta, i servizi che si sono distinti nelle pratiche di deistituzionalizzazione assumono , sempre di più, l’aspetto di “roccaforti” da difendere dai tentativi di revisione della 180, attuati dalle lobbies pro-manicomio.

E’, dunque, questo il momento in cui si inizia a scorgere la “presa in carico multidisciplinare” a cui Psichiatria Democratica faceva riferimento nel suo documento programmatico: in questa fase, infatti, operatori ed utenti si incontrano, si scontrano, possono progettare insieme; i servizi psichiatrici diventano “Servizi di Salute Mentale”, in cui l’enfasi è posta sulla normalità e sulla valorizzazione delle risorse personali e di gruppo.

 

La “presa in carico”, però  che in questi anni è giocata prevalentemente  all’interno dei servizi psichiatrici, negli Anni Novanta diventa la principale metodologia per attivare collegamenti, reti di supporto, interventi nel sociale allargato: ciò ha consentito l’affacciarsi sullo scenario di nuovi soggetti portatori di diritti, i familiari, gli utenti, le persone marginali . Tuttavia, tale processo, come afferma sempre Canosa (2000), non è stato automatico, ma è stato la diretta conseguenza dell’attribuzione di senso, da parte dei servizi, al disagio come espressione di bisogni e desideri di persone reali, per trasformarli, alfine, in soggetti propriamente detti.

 

Nel 1994, dopo una serie di proposte di revisione della legge 180 ( che non sono state accolte grazie all’impegno di Psichiatria Democratica e alle forze progressiste del Paese) viene approvato il primo Progetto Obiettivo “Tutela Salute Mentale” che istituisce, in Italia, il Dipartimento di Salute Mentale, definendone strutture, funzioni ed attività. Negli anni successivi, insieme alla lotta per le risorse dei servizi, si rafforza la convinzione che i servizi non possano produrre salute mentale da soli, sia perché non hanno risorse sufficienti, sia perché il benessere psicologico non è qualcosa che riguarda solo i tecnici “psy”, ma è anche il risultato delle capacità di un’intera comunità di tollerare, sostenere, fare emancipare le persone in difficoltà; per questo, i servizi più impegnati incominciano a sviluppare una salute mentale di comunità, incarnando l’obiettivo più politico di P.D., e cioè quello di calarsi nella realtà delle persone che soffrono, senza risparmiarsi, “sporcandosi le mani” (espressione utilizzata come titolo per la Conferenza di Matera, 2003; cfr. Allegato C).

 

Attualmente P.D. è interessata ad un cambiamento trasversale, attraverso la scoperta di facilitatori di processi,  ad una pratica che vede Psichiatria Democratica più attenta all’empowerment  che all’applicazione di modelli predefiniti. Tale obiettivo, tuttavia, è raggiungibile solo in quei servizi che hanno aperto spazi di negoziazione tra istanze contraddittorie e di confronto tra saperi diversi, avendo sempre chiaro, però, l’obiettivo più generale della lotta all’esclusione sociale.

Infatti, se cinquant’anni fa Psichiatria Democratica ha lavorato dentro e contro il manicomio, per superarlo, oggi si trova a lottare per la dissoluzione della psichiatria, intesa come apparato di strutture specifiche e tecnici specializzati; in questo senso, quindi, dissoluzione della psichiatria significa, in altre parole, difesa della diversità.

 

5. Gli strumenti critici di P.D.

 

Gli strumenti critici che Psichiatria Democratica ha offerto per la difesa della diversità prendono spunto dalle esperienze basagliane di Gorizia e di Trieste, dalla legge 180, per arrivare, fino ai giorni attuali, sono strumenti che hanno conservato una coerenza intrinseca e un’attualità tali da poter essere utilizzati come base di appoggio per risolvere questioni ancora aperte.

Essi sono riassumibili, come è sostenuto nel Manifesto per la Salute Mentale del 2000 (cfr. Allegato D) e come sostengono Di Vittorio e Genchi (2003), in

 

1) Soggettività

P.D., guidata da Franco Basaglia, ha posto la questione dei diritti dei malati di mente ed ha affermato la necessità di abolire i manicomi. P.D. è stato uno di quei movimenti locali che, nel corso degli Anni Sessanta e Settanta, ha spostato l’attenzione pubblica dal pericolo sociale alla soggettività della persona: esso è stato un movimento di contestazione della “norma”, dove per norma si intende la naturalizzazione arbitraria di un modello sociale (che poi va a legittimare, in altri termini, la negazione giuridica dei diritti per coloro ai quali questo modello non si adatta);

 

2) Etica

Il movimento di P.D. ha una valenza etica non solo perché sottolinea l’irriducibilità di ciò che è soggettivo, ma anche perché rifiuta l’idea che il potere sia qualcosa che sta al di fuori e contro i soggetto agenti e che, quindi, per essere liberi, sia sufficiente liberarsi della repressione e del dominio; in realtà, l’eticità di P.D. risiede proprio nel cercare di offrire risposte concrete alle persone, senza occultare la funzione normalizzatrice implicita nel ruolo tecnico dello psichiatra, per poter quindi, alfine, rendere il rapporto terapeutico aperto allo scambio, al confronto, alla negoziazione, al conflitto (ibidem);

 

3) Politica

Come sottolineato in precedenza, Politica, per Psichiatria Democratica, significa, da una parte, vivere le contraddizioni istituzionali per costruire insieme ai pazienti, alle famiglie, alla comunità, reali percorsi riformistici, di emancipazione e di autodeterminazione, di lotta contro lo stigma e l’esclusione, di riconoscimento e tutela dei diritti delle persone. Dall’altra parte, essa va a si fa portavoce di una critica nei confronti di tutti i progetti di riformismo politico volti a neutralizzare  i conflitti sociali attraverso il pretesto della modernizzazione (cfr. con l’attuale proposta di legge Burani-Procaccini e con i vari tentativi di neoistituzionalizzazione).

 

 

In conclusione:

 

“ Quando diciamo diritti dei pazienti non ci riferiamo soltanto a diritti formali che rimangono sul piano dell’etica e della politica, ma valorizziamo le esperienze di cura e di riabilitazione che hanno ridato a migliaia di persone la possibilità di vivere una vita da cittadino, con una propria casa, un proprio lavoro e una propria pensione” (Pirella, comunicazione personale, 2005).


2

I problemi “aperti” di psichiatria democratica.

 

 

La soggettività, l’eticità e la politica sono premesse valide e strumenti utili al cambiamento, ma attualmente P.D., per conferire legittimità politica (=pratica) ai principi che ha esposto nel suo Manifesto (2000) e cioè agli ideali di Comunità, Opportunità, Responsabilità ed Eticità (cfr. allegato D) ha dovuto, e deve tuttora, legare strettamente insieme due livelli d’azione, tali da poterla rendere realmente trasformatrice: il primo livello, specifico della psichiatria, è rappresentato dalla continua e costante azione di lotta delle istituzioni totali, alle concrete situazioni di neoistituzionalizzazione, alle nuove forme di esclusione che il contesto storico-politico attuale produce. Il secondo livello d’azione è rappresentato dall’interfaccia tra il servizio di salute mentale e la comunità: esso si ritrova, come sostiene Canosa (2000), in tutti quei luoghi, al confine con i servizio, in cui vanno emergendo nuovi soggetti (familiari, adolescenti in difficoltà, immigrati, anziani soli, donne ridotte in schiavitù, etc.) spesso esclusi dalla comunità. Tale interfaccia di connessione è realizzabile attraverso un lavoro di rete in cui la presenza di reti naturali ed informali, del volontariato, delle associazioni, delle cooperative sociali, dei gruppi di utenti e familiari, dei gruppi di self-help, è sempre più evidente.

Queste nuove culture dei bisogni e dei diritti ampliano il repertorio sinora utilizzato dei possibili modi di porsi sulla scena sociale. Se da una parte l’innovazione favorisce il progresso, dall’altra, però, può creare difficoltà nella gestione iniziale di una nuova condizio operanti.

Gli operatori dei servizi psichiatrici, infatti, trovandosi, negli ultimi anni, di fronte ad una grande pluralità ed articolazione di ambiti operanti, talvolta, mostrano la difficoltà di andare oltre i limiti fisici e culturali del proprio servizio. L’altro limite attuale che si può riscontrare consiste nella scarsa capacità di misurarsi con le situazioni di “confine” del servizio,rimandandole ad un “dove” indefinito o delegandone ad un mitico “volontariato” (ibidem).

Il lavoro che Psichiatria Democratica concretamente fa, allora, grazie anche alle figure di Amministratore di Sostegno e di Magistratura Democratica) è un lavoro finalizzato a favorire connessioni tra i vari soggetti concretamente coinvolti nell’aiuto di una singola persona o ad una categoria di persone con problemi.

 

In questo senso P.D.  ha mutato la sua veste negli anni, adattandola alle nuove esigenze e alle continue trasformazioni della realtà: infatti, da portavoce di problematiche legate solo alla salute mentale, si è fatta cassa di risonanza d’esigenze e di conflitti in seno alla collettività.

 

1. Dissoluzione della psichiatria

 

Come emerge anche dagli Atti del Congresso Nazionale di P.D. tenutosi a Vico Equense (2000), l’intento attuale del movimento (come accennato nel paragrafo IV, cap. 1) è quello di lottare per la dissoluzione della psichiatria, nel senso di

 

Questo potrebbe essere, come sostiene Canosa (2000), un possibile programma di P.D. nel ventunesimo secolo, e tale specifico istituzionale va a collocarsi negli intenti “politici”, intenti, cioè, orientati agli interessi della “polis” in senso etico e pratico: tali intenti, infatti, possono diventare indicatori di una buona pratica solo se è possibile valutare quanto siano stati in grado di trasformare la realtà (ibidem).

In questo senso, l’azione pratica del movimento si trova attualmente di fronte all’arduo compito di superare l’ormai angusto ambito professionale del sistema psichiatrico.

Essa, oltre ai valori appena esposti, si traduce, nel contesto sanitario italiano, in un tentativo di

 

 

 

Su quest’ultimo punto, infatti, si può aggiungere che i Dipartimenti di Salute Mentale rischiano oggi di diventare luoghi di smistamento dell’utenza, senza alcun progetto terapeutico; esso è, quindi, il terreno in cui collegare le prassi operative per contrastare la neoistituzionalizzazione degli interventi e dei servizi, in un contesto di politiche sanitarie attuali che medicalizza sempre più la sofferenza, e che, con altrettanta frequenza, sostituisce il “curare” (to cure) al “prendersi cura” (to take care): questo aggiunge sullo scenario di intervento di Psichiatria Democratica

 

2. Il dominio della psicofarmacologia

 

La crisi del paradigma psichiatrico istituzionale, come emerge dall’articolo di Pirella (2004), non solo aprì la strada ad una psichiatria riabilitativa territoriale, ma, a partire dagli Anni Sessanta e Settanta, portò ad un ridimensionamento del ruolo dello psicofarmaco, in favore di altre “tecniche” di cura (tra cui la stessa psicoterapia individuale e di gruppo) e di riabilitazione (come, ad es., l’accesso da parte dei pazienti alle risorse disponibili quali la casa, il lavoro, la socialità).

 

2.1 Ripresa del paradigma

A distanza di alcuni anni, però, l’adesione acritica e strumentale della psichiatria ai metodi delle neuroscienze ha riaffermato con forza le teorie biologiche della malattia mentale e il modello terapeutico farmacologico: questo è il motivo per cui i “nuovi” antidepressivi e antipsicotici furono presentati non solo come efficaci, ma come risolutori esclusivi ed assoluti.

Riprendendo ciò che anche Pirella riporta nel suo articolo (ibidem), appare evidente il legame tra guarigione “miracolosa” di nuovi neurolettici, Case farmaceutiche e strategie di sviluppo del mercato che comportano il finanziamento di ricercatori esterni alle Case produttrici, fino ai legami con le Università e gli ambienti accademici.

Di seguito viene riportata una critica tratta dal New Journal of Medicine:

 

“C’è ora una considerevole evidenza che i ricercatori con legami con le Case farmaceutiche sono in realtà più adatti a riferire risultati favorevoli ai prodotti di quelle aziende rispetto a ricercatori senza quei legami. Ciò non prova conclusivamente che i ricercatori sono influenzati dai loro legami finanziari con l’industria. Comprensibilmente le Case farmaceutiche scovano (seek out) ricercatori che capita ottengano risultati positivi. Ma io ritengo che la distorsione (bias) sia la spiegazione più adatta, e in entrambi i casi è chiaro che più sono entusiasti i ricercatori e più è sicuro che essi siano finanziati dall’industria. Molti ricercatori pretendono di essere oltraggiati dalla sola idea che i loro legami finanziari con l’industria potrebbero influenzare il loro lavoro. Essi insistono che, come scienziati, possono rimanere obiettivi, non importa quanto siano blanditi. In breve, essi non possono essere comprati. La questione non è – insiste l’autrice della denuncia – se i ricercatori possono essere “comprati” nel senso di un “quid pro quo”. E’ che questa stretta e remunerativa collaborazione con una azienda industriale naturalmente crea benevolenza da parte dei ricercatori e la speranza che l’elargizione continui. Questo atteggiamento può sottilmente influenzare il giudizio scientifico in modi che possono essere difficili da identificare”. E qui l’autrice si pone una domanda cruciale. “Possiamo noi realmente ritenere che i ricercatori clinici siano più immuni verso i propri interessi delle altre persone?” (Angell, 2000).

 

Come ha denunciato anche Psichiatria Democratica in numerosi articoli, questa è la dinamica psicologica e politica predominante e ciò è altresì dimostrato dall’assoluta prevalenza di indicazioni farmacologiche per tutta una serie di disturbi psichiatrici in cui l’esperienza dimostra l’utilità e l’efficacia di metodiche diverse.

 

2.2 Efficacia o intrecci di interessi?

Una delle lotte che sta perseguendo P.D., e in un certo senso, quindi, una delle molte risposte che il titolo di questa dissertazione ha stimolato, è quella di smascherare la singolare contraddizione tra lo stato di realtà delle ricerche sulla correlazione tra disturbi mentali e presunta base biologica di essi e l’enfasi sulla necessità di trattamenti farmacologici; come sostiene Pirella (ibidem), infatti, la traduzione di questo messaggio fallace, in termini di diffusione culturale nella popolazione, rappresenta il tentativo del completo dominio della “non-santa alleanza” (unholy alleance, Mosher, 1998; cfr. Allegato E) tra le associazioni psichiatriche e l’industria farmaceutica: basti pensare, come citazione esemplificativa, che il manuale diagnostico D.S.M. ha venduto 2,5 milioni di copie ed è stato tradotto in ventuno lingue, dettando norme di inquadramento diagnostico coerenti con le prescrizioni farmacologiche (confronto alquanto impari con il sistema nosografico dell’OMS/WHO, ovvero l’I.C.D.) e che il trattamento considerato efficace è quello esclusivamente erogato dal curante/esperto tramite prescrizione di psicofarmaci e/o di “psicoterapia manualizzata” (dicesi tale quella psicoterapia autorizzata e tecnicizzata), nonostante le esperienze italiane di deistituzionalizzazione e quelle più specificamente riabilitative abbiano dimostrato la loro efficacia anche fuori da questo paradigma duale.

 

Per esigenze di spazio non è possibile trattare in modo più approfondito gli intrecci di interessi tra Case farmaceutiche, psichiatri ed ambienti della ricerca ed accademici; si rimanda, tuttavia al testo di Pirella (2000) per una trattazione generale sulla questione, ai testi di Valenstein (1998) e Mosher (1998, Allegato E), per la discutibilità dei trattamenti a base di metilfenidato ai testi di Bregging (1998), per l’uso di psicofarmaci sui bambini e il conseguente scandalo “celato” della paroxetina (Seroxat) della Glaxo Smithkline si rimanda a The Lancet (2004)  e al Canadian Medical Association Journal (2004).

Al di là della questione sull’utilità assoluta degli psicofarmaci (la cui discussione non rientra nelle questioni specifiche di tale dissertazione), mi sembra importante precisare come, facendo emergere in modo dettagliato e puntuale (come risulta dall’articolo di Pirella) le principali contraddizioni all’interno delle strategie di dominio del mercato psicofarmacologico, Psichiatria Democratica si impegni a rispettare il suo principio di Eticità (cfr. Allegato D), per impedire, ancora una volta, che la logica del profitto strumentalizzi la sofferenza dei malati psichiatrici.


3

 

NUOVE LOTTE, VECCHIE QUESTIONI

 

 

La storia di Psichiatria Democratica, i suoi dubbi e le sue lotte, i suoi valori e la sua politicità, ci portano, infine, a rispondere, in modo più o meno esaustivo, alla domanda “Cos’è rimasto, oggi, di P.D.?”, anche se, in realtà, non è possibile formulare una risposta definitiva ai problemi posti finora, in quanto le risoluzioni non possono essere altro che risposte provvisorie, contestuali, mutabili, in una parola, in fieri. Tuttavia, è possibile e anche auspicabile analizzare criticamente il significato e la portata della riforma psichiatrica nel contesto italiano attuale e i modelli di risposta in tema di salute mentale; in altre parole, ridefinire gli intenti di P.D. alla luce delle nuove trasformazioni.

 

1. Dare to care: un nuovo modo di “prendersi cura”.

 

Il titolo di questo paragrafo riprende lo slogan usato dall’Organizzazione Mondiale della Salute Mentale per introdurre metaforicamente il presupposto che Psichiatria Democratica afferma implicitamente .

Come sostenuto in precedenza, la tendenza dominante nella psichiatria degli ultimi due secoli ha determinato l’internamento di milioni di esseri umani nelle cosiddette “istituzioni della violenza” (Basaglia, 1968) che sono entrate in crisi a causa di fattori tra loro molto diversi: il crescente costo dei posti-letto,la maggiore sensibilità collettiva nei confronti dei diritti dei pazienti, la consapevolezza del carattere nocivo dell’internamento e, in modo contraddittorio, appunto, l’introduzione degli psicofarmaci.

Di fatto, in Italia, le esperienze di trasformazione degli Anni Sessanta e Settanta già citate hanno portato alla riforma ed alla chiusura dei manicomi, ma anche ad un modo diverso di prendersi cura, più centrato sui bisogni della vita quotidiana del paziente, sul rispetto del suo punto di vista, con un legame sempre costante alle risorse sociali, alla possibile uscita dallo spazio puramente psichiatrico. In questo senso, imprendersi cura (take care) si pone in antagonismo alla cura repressiva (cure), ad un trattamento puramente medico di problemi che, in realtà, sono anche sociali ed economici; mentre to cure mantiene la filiazione dal paradigma storico dell’internamento, con un’attenzione esclusiva ai sintomi, alla diagnosi,  alla terapia farmacologia e ad una riabilitazione separata dai contesti di vita, la seconda modalità di interazione (to take care) realizza forme di supporto a partire dalla crisi, tali da non separare l’interessato dal suo contesto e comunque in modo da facilitare ruoli di protagonismo del paziente nella difesa della sua salute. Il che significa, come sostiene Pirella (2001),

 

“occuparsi, insieme alla persona che abbiamo davanti, dei problemi della vita quotidiana, dell’abitare, del denaro, del mantenimento o ricerca di un lavoro, dei momenti di socialità. Sono cioè individuati tutti i fattori che possono influire sul destino della persona interessata ed affrontati insieme a lei, eventualmente discussi, accantonati per il momento, rinviati, ma pur sempre tenuti presenti secondo una logica di prevenzione dell’aggravamento o di risposta alla “gravità” della situazione”.

 

2. Unità delle esperienze di prevenzione, riabilitazione e cura.

 

Il nuovo modo di prendersi cura citato nel punto precedente implica non solo un nuovo modo di fare sanità ( “Se si cura soltanto la malattia, si occultano bisogni materiali e soggettivi e rapporti sociali, e si produce dipendenza, lungodegenza, cronicità”, F. Ongaro Basaglia cit. in L’invenzione collettiva, 1999), ma anche una nuova concezione di “malato”.

In Italia, infatti, la riforma si è concretizzata in esperienze puntiformi: permangono isole di disapplicazione, di sofferenza anche grave, di cattive pratiche, come ha denunciato il Forum per la salute mentale nell'ottobre 2003 a Roma (Moretti, 2003).

“La contraddizione tra questa diffusione, rappresentata da migliaia di luoghi di socializzazione, di lavoro comune tra operatori, volontari, utenti, familiari, amministratori, gente dei quartieri, nuovi poveri, patrocinatori, ricercatori, cooperatori, giovani e ragazze, e la rocciosità delle case di cura neuropsichiatriche, degli SPDC, delle nuove/vecchie strutture della psichiatria routinaria e preformata, ci si presenta come la nuova sfida del secolo appena iniziato, in termini del tutto nuovi rispetto al passato” (Pirella, 2003).

 

Mentre in alcune regioni italiane,infatti, le richieste dei pazienti vengono ascoltate e sostenute in modo flessibile e aperto, in altre, invece, la riforma psichiatrica ha utilizzato un modello che prevede la netta divisione di compiti tra chi gestisce la crisi acuta (S.P.D.C.) e chi, in modo spesso insufficiente, risponde sul territorio a tutti i problemi dell’inserimento sociale, familiare e lavorativo.

Tale frammentarietà è aggravata dal fatto che i progetti riabilitativi siano spesso sostituiti da lungodegenze in strutture cosiddette riabilitative ma che, in realtà, riproducono (in modo celato, grazie alla modernità e all’accoglienza apparente che ostentano) le caratteristiche dei vecchi ambienti manicomiali, nel senso che sono caratterizzate da mancanza di libertà, divieti, dipendenza dagli operatori, assenza di progettualità per il futuro: caratteristiche già denunciate da Goffman (1961) e Basaglia (1968) come nocive per la salute mentale degli internati.

Psichiatria Democratica cerca appunto di manifestare una presa in carico totale del paziente, affrontando con lui, ad esempio, la questione del denaro, di un lavoro, dei momenti di socialità). Tale strumento è la diretta testimonianza, da parte di P.D. e delle esperienze italiane che si richiamano ad essa, di una precisa concezione di uomo, di basagliana memoria, che porta a considerare tutte le variabili coinvolte senza mai, però, sostituirsi alla libertà della persona: i pazienti, parafrasando una citazione di Basaglia, devono essere trattati come uomini, uomini in “crisi” (dal greco, krìno: scelta, giudizio, decisione, che richiama il concetto di separazione tra un prima e un dopo terapeutico), certo: una crisi esistenziale, sociale, familiare, che però non è più “malattia” o “diversità”.

Il prendersi cura, inoltre, dovrebbe servire a P.D. per ribellarsi alle false risposte istituzionali che stanno alla base di “contenitori”statici e ben poco riabilitanti: basti pensare ai preoccupanti risultati che emergono da una ricerca piuttosto recente dell’Istituto Superiore di Sanità: nel 1999, in Italia, dal 37% delle strutture non è stato dimesso nessun paziente, dal 31,7% è stato dimesso 1-2 pazienti e solo dal 31% di esse sono stati dimessi più di due pazienti (Pirella, 2003).

 

3.            Metilfenidato e antidepressivi: il mercato psicofarmacologico invade l’infanzia.

 

Un’altra nuova lotta che riapre vecchie questioni è quella che ruota intorno all’uso più o meno lecito di psicofarmaci, ma attualmente con un’aggravante in più: il coinvolgimento di minori.

I risultati che l’O.M.S. ha fornito sulla diffusione dei disturbi psichici (un bambino su cinque con disturbi) durante la giornata mondiale della salute mentale, destano un sospetto lecito: da una parte, infatti, tali risultati sembrano orientati ad incrementare il numero degli specialisti, nonostante sia nota la natura storica (guerre, violenze, condizione di profugo, etc.) e socio-economica (precarietà, abitazione inadeguata, etc.) di molte minacce attuali, per i cui rimedi non stati certamente coinvolti sufficienti specialisti. Dall’altra, però, la denuncia a cui fanno appello recentemente i rappresentanti di P.D. (cfr. articoli da L’Unità, 2003, 2004) riguarda, tuttavia, una minaccia forse più urgente; le potenti lobbies delle multinazionali del farmaco, infatti, per i motivi riportati nel paragrafo II del cap. 2, esercitano forti pressioni sui poteri politici e sugli stessi specialisti circa la necessità di identificare precocemente e trattare coi farmaci il maggior numero possibile di persone, tra cui, e questo è lo scandalo, i bambini. Si stima ce in USA, dal 1990 al 1995 il consumo di psicofarmaci nei bambini è aumentato di sei volte per il metilfenidato (che si sta cercando di introdurre anche in Italia) e sono ormai di prescrizione comune anche gli antidepressivi, il cui consumo, per i bambini tra i sei e i dodici anni è aumentato, sempre negli USA di tre volte dal 1995 (Pirella, 2004).

P.D. contesta con forza l’affermazione infondata secondo cui un bambino su cinque presenta disturbi psichici e denuncia il frutto scandaloso di questa campagna promozionale (Pirella, 2003). Tale questione, infatti, non riguarda soltanto il problema etico, per altro gravissimo,  della difesa dell’infanzia come valore assoluto, ma, promuovendo l’uso di farmaci i cui effetti a lungo termine non sono ancora noti, riguarda anche il problema sociosanitario di dimensioni catastrofiche che si andrebbe a creare: un “allevamento” di malati da curare.

 

4. Un buon servizio di salute mentale.

 

L’impegno del movimento di Psichiatria Democratica è, tuttavia, quello di non fossilizzarsi su un’unica risposta, ma è quello di produrre continuamente cambiamenti nelle persone, ma anche negli operatori, negli specialisti, per evitare che si cronicizzino anch’essi.

Come ha sostenuto Emilio Lupo, segretario nazionale di P.D., durante un’intervista:

“Molti Servizi funzionano male, non perché esistono pazienti cronici, ma perché esistono operatori cronicizzati nella routine... di "nuova cronicità". Non esiste una "nuova" o una "vecchia" utenza. Esiste una utenza. E a questa utenza và data una risposta che non può essere una risposta "pre-confezionata" come era quella, ieri, del manicomio e quella odierna del territorio. .. Esistono persone che da sole non ce la fanno e che bisogna sostenere ed aiutare a riprendere la loro vita tra le mani” (http://www.pol-it.org/ital/180/lupo.htm).

Questo, tuttavia, non significa negare l’esistenza della malattia mentale, ma neppure sostenere che questa sia da considerarsi “inguaribile”; citando Basaglia (1968), si può sostenere che la malattia mentale esiste ma è tra “parentesi”: nella parentesi esiste l’uomo, la singolarità di tutte le persone, persone che hanno dei diritti e la necessità di declinare questi diritti.

Un buon servizio di Salute Mentale, quindi, è un servizio che è mosso da una concezione riabilitativa della malattia mentale, esso non si misura dalle risorse o dagli spazi che possiede, ma da quale idea ha dell’uomo (ibidem). E questo è il motivo per cui è lecito dire, come sostengono Canosa e Lupo (2003), che Psichiatria Democratica affonda le sue radici in quei no contenuti ne L’Istituzione Negata:

“Noi neghiamo dialetticamente il nostro mandato sociale che ci richiederebbe di considerare il malato come un non-uomo e, negandolo, neghiamo il malato come un non-uomo.

Noi neghiamo la disumanizzazione del malato come risultato ultimo della malattia, imputandone il livello di distruzione alle violenze dell’asilo, dell’istituto, delle sue mortificazioni e imposizioni; che ci rimandano poi alla violenza, alla prevaricazione, alle mortificazioni su cui si fonda il nostro sistema sociale.

Neghiamo tutto ciò che può dare una connotazione definitiva al nostro operato. Nel momento in cui neghiamo il nostro mandato sociale, noi neghiamo il malato come irrecuperabile….” (Basaglia, 1968).

Allora, un buon servizio di Salute Mentale significa poter garantire l’assistenza ventiquattro ore su ventiquattro, ascoltare una persona che ha bisogno di essere ascoltata, accolta e curata; tuttavia, significa anche liberarsi degli stereotipi della malattia mentale che sono rappresentati dall’incapacità, dall’urgenza e dalla cronicità (Lupo, Intervista).


CONCLUSIONI

 

     Per rispondere alla domanda “Cos’è rimasto di Psichiatria Democratica oggi?” sono state fornite numerose chiavi di lettura, testimonianze (cfr. Allegato F) che la realtà psichiatrica per definirsi democratica non può e non deve fornire modelli prefabbricati di risoluzione ed universali; deve piuttosto fornire risposte contestuali a richieste specifiche. Non esiste, in altre parole, un paziente che è sempre “cronico”: esiste una persona alla quale vanno date possibilità di riscatto nella realtà stessa della sua esistenza e non in altri luoghi, in spazi di vita in continua evoluzione, al cui interno ci sono “persone” e non “malati”.

In questo senso Psichiatria Democratica può essere considerata come un movimento estremamente attuale, proprio perché ha la capacità di mutare insieme alle condizioni socio-politiche, ma senza per questo dimenticare i valori per cui è stata istituita.

Per sottolineare tale versatilità di pratiche, ma non di intenti, è riportata di seguito la testimonianza  del segretario nazionale di Psichiatria Democratica, Emilio Lupo, il quale sembra rispondere, seppure per via indiretta, alla questione che ha mosso tale dissertazione:

G.Esposito

- Prof. Lupo, cos'è oggi Psichiatria Democratica? Quali sono i suoi programmi nel campo dell'assistenza psichiatrica italiana?

E. Lupo

- Qualche tempo fa ho dichiarato in un'intervista che Psichiatria Democratica è un luogo di elaborazione teorica, è un luogo di confronto sulle pratiche del nostro Movimento su tutto il Rispetto ai progetti perseguiamo ancora la de-istituzionalizzazione. Non pensiamo assolutamente che questa inizia e finisce con i manicomi. La de-istituzionalizzazione è legata ad un processo continuo , bisogna sempre rimettere in discussione tutto, per esempio il Centro Diurno può diventare una istituzione totale, di conseguenza riteniamo che Psichiatria Democratica sia un "luogo d'incontro di operatori che utilizzano la Psichiatria per produrre la Salute Mentale". Quest'ultima non è promossa soltanto dagli operatori della Salute Mentale, ma è un luogo che connette vari saperi e soprattutto il sapere pratico, che è quello col quale vogliamo sviluppare in un continuum la nostra teoria e la nostra pratica: 'Pratica della Teoria' e 'Teoria della Pratica'.

 Vorrei concludere questa dissertazione su Psichiatria Democratica lasciando la parola ai veri soggetti del cambiamento, ai veri soggetti di P.D.

 

 

 

 

 

Se fossi matto chiederei ...

di Emilio Lupo

Se fossi matto mi interrogherei sul tempo. Nel manicomio infatti il tempo non esiste. Se mi dicessero che siamo nel 1997, mi interrogherei, ancora una volta, sulla vita e sul tempo che mi è stato rubato, sulle cose che non ho potuto fare e su quelle che mi sono state impedite.

Se fossi matto mi chiederei perché dopo tanto tempo dalla legge di riforma psichiatrica sono ancora qui. Perché nonostante la legge 180 di vent’anni fa e le leggi regionali sulla salute mentale che mi facevano sperare di uscire da questo luogo dove mi hanno tolto i miei indumenti, legato, imbottito di psicofarmaci, rasato i capelli, dove ho mangiato cibo che altri sceglievano per me, dove mi hanno rubato il sonno, il sogno, la speranza e la gioia di vivere, sottratto tutti i miei diritti e sopratutto la libertà, non è successo assolutamente nulla di importante per me.

Se fossi matto vi chiederei perché oggi alcuni pensano di lasciarmi ancora in manicomio, perché a due anni dal duemila sono oramai più vecchio che matto e perciò i vecchi, che contano come i matti, è meglio che non si muovano, non si debbono muovere da qui. E quelli che sono vecchi, forse, potranno venir fuori.

Se fossi matto vi chiederei: che state facendo per me?

      Se fossi matto vi chiederei com’è il mare, di che colore è il vostro cielo, qual’è il profumo della vostra donna e se esiste ancora la casa dove sono nato.

 

Se fossi matto vi parlerei degli elettroshock subiti negli anni addietro, dei terribili momenti dell'attesa prima dell’applicazione degli elettrodi, delle urla, dell'intenso odore di urine, della voce dell’infermiere che ti chiama per nome e del medico che questo nome nemmeno conosce.

Se fossi matto vi parlerei dei lunghi inverni passati in reparto, a contare le mattonelle, delle allucinazioni che mi hanno aiutato a sopravvivere, dei cessi sempre sporchi e dei riscaldamenti sempre guasti.

Se fossi matto vi parlerei del caldo di agosto, dei miraggi del mare che passavano per allucinazioni.

Se fossi matto vi chiederei di vedere la Casa Famiglia del mio quartiere, di conoscere gli operatori del mio Distretto, di guardarli negli occhi, di parlare con loro del mio futuro, del mio presente.

Se fossi matto vi chiederei di mangiare la neve, di andare al cinema, di sapere se posso chiamare di notte se dovessi sentirmi male o semplicemente solo.

Se fossi matto vi chiederei quanti soldi valgono le cure che mi date, di conoscere quanti denari si spendono nei manicomi e nelle cliniche private.

Se fossi matto vi chiederei perché dopo tanti anni rinchiuso qui non ho ancora la pensione, oggi che sono non solo matto ma anche vecchio e voi non riuscite a tutelarmi né come anziano né come pazzo.

Se fossi matto vi chiederei di sapere perché spendete tanti soldi per il privato accreditato e tanto poco per il pubblico dimenticato. Il pubblico, difatti, mi rassomiglia.

Se fossi matto vi chiederei che fine ha fatto il Progetto-Obiettivo «Tutela della Salute Mentale» e perché i manicomi privati non fanno nemmeno finta di chiudere.

 

Se fossi matto vi chiederei di stanare quelli che fanno ancora l’elettroshock senza consenso e senza nessuno a cui dar conto della sua efficacia.

Se fossi matto firmerei un appello contro le guerre, mi appellerei ai poeti, agli anchormen, ai pittori, ai matematici, ai cantautori e ai politici perché mi dicessero, ognuno a modo proprio, dei fetori del manicomio, del prezzo della vita, dei rigidi inverni, delle mattonelle contate mille volte, del suono dei pianti, delle leggi mai applicate e dei volti dei matti ormai sfioriti.

Se fossi matto vi chiederei del mio futuro, del mio presente. Vi chiederei di me.

Emilio Lupo, pubblicato su "Repubblica" edizione Napoli del 29/11/97

 

 

 

 

 

 


 

 

 

ALLEGATO A:

 

 

STRUTTURA DEI SERVIZI DI SALUTE MENTALE IN ITALIA


Un passo importante seguito alla riforma operata in seguito alla legge 180 è stato il decentramento dei servizi, costituito da strutture territoriali in cui si sono inseriti operatori in contatto più stretto con la collettività, e in grado quindi di pianificare degli interventi diretti ad una fascia di utenza più circoscritta. Questo tipo di innovazione ha creato una scissione rispetto al passato, perché vede il disagio mentale inserito in un contesto, in una realtà, all'interno della quale affrontare il problema della sofferenza, nel rispetto della persona e del suo diritto a non essere alienata dalla "propria realtà".

Brevemente verrà riassunta la differenziata situazione italiana circa le strutture attuali che si occupano di salute mentale.

 

 

Il D.S.M.: si occupa dell’organizzazione, gestione e produzione delle prestazioni finalizzate alla promozione della salute mentale, alla prevenzione, diagnosi, cura e riabilitazione del disagio psichico, del disturbo mentale e delle disabilità psicofisiche delle persone per l'intero arco della vita.

Esso comprende:

·         CENTRO DI SALUTE MENTALE; il C.S.M. è la sede organizzativa degli operatori e del coordinamento nel territorio di competenza degli interventi di prevenzione; cura riabilitazione e reinserimento sociale. In particolare il Centro di Salute Mentale svolge: attività di accoglienza, analisi della domanda ed attività diagnostica, definizione ed attuazione di programmi terapeutico-riabilitativi e socio-riabilitativi personalizzati, tramite interventi ambulatoriali, domiciliari e di rete; consulenza specialistica ai servizi di confine, alle strutture residenziali per anziani e per disabili e agli Ospedali collocati nel territorio competente; attività di filtro ai ricoveri e di controllo della degenza nelle Case di Cura Psichiatriche accreditate, al fine di assicurare la continuità terapeutica.

·         SERVIZIO PSICHIATRICO di DIAGNOSI e CURA:L’S.P.D.C. è il reparto ospedaliero dove vengono attuati trattamenti psichiatrici volontari ed obbligatori (T.S.O.) in condizioni di ricovero; è parte integrante del Dipartimento di Salute Mentale .

·         CENTRO DIURNO : è una struttura semiresidenziale, collegata al Centro di Salute Mentale (C.S.M.), con attività terapeutiche e riabilitative, con particolare attenzione alla risocializzazione dell'utente, attraverso progetti individualizzati. Ha il compito di prevenire e contenere il ricovero, promuovere programmi riabilitativi e risocializzanti individuali ed integrati per gruppi omogenei di utenti, di supportare gli inserimenti formativi, lavorativi ed occupazionali con livelli differenziati di protezione.

·         COMUNITÀ PSICHIATRICA: è una struttura residenziale con elevato livello di attività terapeutico-riabilitativa ed assistenziale per persone a lungo assistite dai Centri di Salute Mentale del D.S.M., non assistibili a domicilio e richiedenti un alto livello di intervento sia terapeutico che assistenziale non raggiungibile all'interno delle altre strutture del Dipartimento di Salute Mentale. In relazione alle finalità proprie della struttura la Comunità psichiatrica persegue i seguenti obiettivi: offrire ospitalità residenziale di lungo periodo, prestare assistenza alle principali funzioni di base dell'utente, erogare attività terapeutico-riabilitative individualizzate; promuovere attività di socializzazione, elaborare progetti di reinserimento nel tessuto sociale.

·         DAY HOSPITAL PSICHIATRICO: è una struttura semiresidenziale, collegata al Centro di Salute Mentale (C.S.M.), con attività sanitaria, terapeutica e riabilitativa a breve e medio termine per progetti terapeutici individualizzati. Ha la funzione di evitare ricoveri a tempo pieno, nonché di limitarne la durata quando questi si rendono indispensabili. Si rivolge ad utenti con psicopatologia sub-acuta, aventi necessità di interventi farmacologici, psicoterapeutici e riabilitativi.


ALLEGATO B: