la lezione di Riace

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La lezione di Riace

 

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La vicenda di Mimmo Lucano sta animando in questi giorni dibattiti e cuori. La partecipazione emotiva, ideale e politica al suo operato nei confronti sia dei rifugiati che dei suoi concittadini ci coinvolge almeno quanto ci sdegna l’esito giudiziario del processo intentato a lui e alle altre persone coinvolte nel cosiddetto modello Riace: una pena enorme, sia per i capi d’accusa, sia rispetto ai fini e ai risultati umani delle azioni di cui tutti sono stati accusati. Come non essere d’accordo con il concetto di «inversione morale» espresso da Ezio Mauro anni addietro a proposito dell’attacco alle Ong da parte del governo di allora, quando venne introdotto il reato umanitario, ovvero un crimine da eccesso di umanità commesso per salvare vite senza tenere conto della ragion di Stato.

Non per nulla in questi giorni vengono chiamati in causa Antigone e il conflitto tragico tra la pietas e la polis, tra la sepoltura di Polinice e la legge di Creonte. Può un sindaco, un amministratore, forzare le leggi dello stato se inique oppure incoerenti rispetto a quelle della convivenza umana, che ricavano la loro forza dal rispetto per l’altro, dalla protezione nei confronti dei fragili, dei miseri, dei perseguitati, degli abbandonati? Tutti principi morali che non sono scritti come tali nei codici ma che ne innervano lo spirito, almeno nella tradizione giuridica e filosofica che abbiamo ereditato ma che sembra andarci sempre più stretta. Morale, appunto, si chiamerebbe questa ostica materia.

Si può obiettare che una cosa sono le intenzioni e i risultati e altro i mezzi adottati per conseguirli. Che la ragione amministrativa e gestionale ha una sua razionalità garantita da norme e leggi che non può essere piegata rispetto ad uno stato d’eccezione deciso da un singolo attore sociale e non dallo stato, unico potere sovrano a cui è dato decretare la sospensione dell’ordinario e l’introduzione dell’eccezionale. Gli argomenti non mancano per sanzionare chi quelle leggi avrebbe violato. Nel caso del sindaco Lucano (si badi, non di Mimmo Lucano) tuttavia si è andati oltre perché le motivazioni che hanno dato luogo alla sentenza non rimandano a reati amministrativi ma a una associazione a delinquere finalizzata alla distrazione di fondi e al loro utilizzo per fini altri rispetto a quelli per cui erano stanziati. Tutto questo in terra di Calabria in cui l’ingiuria quotidiana della criminalità organizzata ha soppiantato la presenza dello stato, ha deformato la convivenza civile, ha danneggiato fino all’inverosimile una popolazione sottomessa, paralizzata, ricattata e, a volte, complice anche attraverso le classi dirigenti che ha prodotto nei decenni. Come a dire che non vi è alcuna differenza tra un viadotto costato troppi milioni di euro, una Azienda Sanitaria Locale incapace di produrre salute ma efficacissima nel garantire potere e distribuire denaro pubblico a pochi soggetti e un sistema di accoglienza dei migranti (inviati peraltro dal sistema centrale CAS e Sprar/Siproimi) che ha permesso a centinaia di esseri umani di sottrarsi all’abbandono, allo sfruttamento criminale, alla fame, alla esclusione radicale da qualsiasi rete sociale ed umana sana. A poco vale che dai reati sia stato espunto quello del favoreggiamento dell’immigrazione clandestina, quella trappola giuridica, partorita da un governo che aveva fatto della paura un instrumentum regni, e che incatena migliaia di esseri umani arrivati nel nostro paese a un destino di (finte) espulsioni e alla certezza di un limbo sociale e umano trasformato in reato la cui unica pena è quella di non lavorare, non abitare, non vivere. Nei fatti è la dimensione territoriale di inclusione che è stata messa all’indice, e con esso quanto il sistema Riace ha assicurato alla maggior parte di coloro che vi venivano inseriti su preciso mandato di un apparato dello stato.

Alcuni reati sono stati commessi, in diversi casi la legge è stata forzata: di questo il sindaco ha non solo ammesso l’esistenza ma ha ‘osato’ rivendicare la consapevolezza di aver agito in nome di una disubbidienza civile, attività consentita a pochi sparuti personaggi nella storia italiana a cavallo tra i due secoli, che hanno meritato fama d’eroi civili (qualcuno, forse ha ancora memoria di Danilo Dolci e di don Milani…) e non altro, avvalorando nella loro eccezione una drammatica propensione al conformismo di gran parte del paese. Ma è permesso a un sindaco, a un rappresentante eletto del potere, disubbidire? È questo probabilmente il vero reato di cui è accusato Lucano, capo della cupola dell’inclusione civile e sociale di Riace. Aver eretto a sistema, ed averlo sfacciatamente pubblicizzato, un modo di dare senso ad esistenze schiacciate da un ingiusto e disumano apparato che di accogliente non ha nulla, ubbidendo peraltro a direttive e favori chiestigli dagli organi statali centrali (“Chiedete a Lucano, lui prende tutti” pare che sollecitassero da Roma quando nella Lombardia, ricca di denaro e di intolleranza, le porte erano chiuse) e facendo ‘pagare’ questa disponibilità con una risposta organizzata, efficace nel far sentire di nuovo esseri umani corpi altrimenti sballottati dalla storia e sottoposti alla violenza sistematica di altri umani, anche se ottenuta non rispettando le regole e le procedure. Un modello, tuttavia, che per i suoi risultati è stato apprezzato fuori dai nostri confini (“nemo profeta…”) ed in grado persino di far lavorare e guadagnare italiani condannati anch’essi da tempo alla marginalità, destino della parte più derelitta del nostro Sud. Non un’isola felice e probabilmente neppure esente da qualche abuso, magari figlio non tanto del familismo quanto della disabitudine, storicamente determinata, a lavorare e produrre in modo chiaro, lecito, legale. Ma pur sempre un’isola in un continente di egoismi ed abbandoni.

L’approccio all’accoglienza di Riace, peraltro, non è tanto diverso da quanto tutti i giorni avviene, nel silenzio assenso delle istituzioni: lo storno degli assegni giornalieri di cui solo una parte viene elargita agli ‘ospiti’ migranti dei CAS, non è esclusiva invenzione del sindaco del paesino calabrese, ma sicura fonte di introito per fior di organismi accreditati che gestiscono grandi contenitori per anime morte in cui, con coloniale paternalismo, si tengono vincolati uomini e donne in attesa che spariscano alla vista, magari partendo per altri paesi dove cercare vere opportunità di vita. Fatti noti, e non valga la replica tartufesca che finché non c’è avviso di reato non c’è indagine e non c’è reato! Oppure, visto che si parla di appalti e di cooperative sociali finalizzate all’inserimento lavorativo di soggetti svantaggiati, in quanti conoscono le distorsioni dei meccanismi degli appalti che non garantiscono alle stesse, nelle realtà territoriali in cui operano, di vedere legittimato il loro valore sociale ed inclusivo e si vedono invece assimilate a grandi cartelli industriali nazionali in nome della trasparenza del mercato? Che Davide vinca su Golia in queste condizioni è di fatto impossibile. In quanti credono davvero che il libero mercato sia la cura per il defunto Welfare? In troppi se ne mostrano convinti: anzi, nella retorica onnipresente ed asfissiante della ‘virtuosa’ compresenza di pubblico e privato, la maggior parte dei decisori politici e dei controllori amministrativi operano sostenuti da questa non disinteressata certezza.

In altre parole, il sistema Riace ha messo a nudo gli snodi drammatici di un più ampio sistema di governo e di attribuzione di denaro pubblico e lavoro che prospera nella comune, diffusa, cecità.

Un’ultima notazione riguarda un antico dilemma: se modificare lo stato delle cose insoddisfacente dal suo interno o dall’esterno. L’esperienza della psichiatria italiana ha mostrato come un sistema violento, concentrazionario e impermeabile a qualsivoglia intento curativo è cambiato con una legge grazie a una minoranza, che si è avvalsa tuttavia di un ampio consenso civile, culturale, sociale per sovvertire una situazione che non era solo incivile ma iniqua e indifferente ai diritti umani e civili. Era il 1978 e a promuovere quella riforma fu un movimento che si riconobbe nell’essere antiistituzionale e non antipsichiatrico. Fu un modo di abbinare disubbidienza e coerenza e dare legittimità a quanto eccedeva gli interessi e le prassi di una disciplina medica avvilita e culturalmente inconsistente. Non fu opera di un solo uomo quella legge ma di un movimento di persone, uomini e donne, che aumentò nel tempo la sua capacità di convincimento ed ottenne un appoggio ideale, pratico, politico, sociale. Una lezione che la storia degli ultimi decenni ci ha trasmesso. Non lasciamo allora solo il sindaco Mimmo Lucano, contribuiamo a mettere i riflettori sulle drammatiche contraddizioni del sistema dell’accoglienza, sull’esigenza di assicurare dignità e diritti di soggetti a coloro che arrivano nel nostro paese sospinti e spesso vomitati dalla storia. E facciamolo con la pazienza e la certezza che agire bene e per il bene non subirà la stessa sorte per ora riservata a chi ha disubbidito ad alcune leggi dello stato per contemperarle con quelle degli dei.

Antonello d’Elia