La doppia pena degli internati nei vecchi manicomi criminali

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Per le donne «inquiete» c’era addirittura un reparto apposito. Ma non è solo storia La strada è ancora lunga per chiudere il capitolo dei lager

ROMA. CHI NON HA PROVATO UN VERO SGOMENTO RIVEDENDO LE DRAMMATICHE SEQUENZE DEL DOCUMENTARIO PRESA DIRETTA SUGLI OSPEDALI PSICHIATRICI GIUDIZIARI», realizzato per conto della Commissione Marino? I volti segnati dalla sofferenza. Le vite spezzate, i letti di contenzione. Il degrado. Scene da girone infernale, ma drammaticamente vere, vissute ancora oggi da un migliaio di «pazienti».

Per molti di loro la colpa sta tutta in un paradosso: l’essere stati considerati «non imputabili» dalla giustizia perché «incapaci di intendere e volere» al momento in cui hanno compiuto qualche reato.

È stato così quasi vent’anni fa per un allora giovane che a Catania ha rapinato un bar con una mano in tasca, simulando di avere una pistola. Bottino magro: seimila lire. Pene lievissime per i complici. Lui sta ancora scontando la sua pena nel manicomio criminale di Barcellona Pozzo di Gotto, prorogata di sei mesi in sei mesi per «pericolosità sociale». Né cure, né recupero sociale per lui. Quanti articoli della Costituzione sono stati stracciati in nome di un’astratta sicurezza sociale? «Non mi merito questo» urlava alle telecamere.

È grazie al lavoro di denuncia della Commissione parlamentare d’inchiesta sul sistema sanitario, presieduta dal senatore Ignazio Marino e a quel filmato se l’opinione pubblica ha iniziato a capire, che la tenace battaglia civile, culturale e politica condotta da Psichiatria Democratica e da tante altre realtà ha trovato maggiore ascolto.

Si è convinto anche il premier Mario Monti. Ha voluto incontrare il senatore Marino. Oltre due ore per approfondire. Più di ogni parola lo deve aver colpito quel filmato. Nel febbraio 2012 è arrivata la legge che sancisce che entro il 31 marzo 2013 gli Opg vanno chiusi. In tempi di magra il governo ha trovato anche il finanziamento: 273 milioni di euro.

«Meglio convincere che vincere» diceva Franco Basaglia, padre della «legge 180», quella della chiusura dei manicomi. Memori di quell’ammonimento Luigi Attenasio, Emilio Lupo e Cesare Bondioli con gli altri dirigenti di Psichiatria Democratica hanno organizzato seminari, tavole rotonde con esperti, giuristi, politici, operatori sanitari, esponenti della cultura, rappresentanti delle istituzioni per costruire il «dopo Opg». Le parole chiave? Quei percorsi individuali di reinserimento dei pazienti da che spetta alle strutture sanitarie territoriali presentare. «È questa la sfida per le Asl e per i Dipartimento di salute mentale per vedere se gli Opg verranno superati» afferma il segretario di Pd, Emilio Lupo. Denuncia un pericoloso spread tra le necessità delle persone ancora rinchiuse negli Opg e l’azione di Stato e Regioni. Dove andranno i pazienti «dimessi»? Andrebbero ospitati in adeguate «strutture residenziali» (per un massimo di 20 ospiti) realizzate sul territorio in base a progetti delle autorità sanitarie. Il rischio è che, invece, si vadano a ricostruire altre «strutture chiuse». Altre forme di reclusione, gestite da privati.

IL REPARTO FEMMINILE

È di questo che si è discusso lunedì scorso a Roma, nell’incontro organizzato al Nuovo cinema Aquila. Vi ha partecipato anche il senatore Marino. Era il 14 maggio. Una data significativa: il 13 maggio del 1978 il Parlamento ha approvazione la «legge Basaglia». Un anniversario. Non a caso l’incontro ha avuto per titolo «La stanza rosa». Era l’ex reparto per «Le donne inquiete» del manicomio di Arezzo che in quegli anni, grazie all’azione di Agostino Pirella e della sua équipe, divenne il luogo dove si costruì la riforma che portò alla chiusura di quel manicomio. Si discusso dell’oggi e del futuro.

Vi ha partecipato anche Vittorio Borraccetti, già presidente di Magistratura Democratica e ora membro del Consiglio Superiore della Magistratura. È sul paradosso della «non imputabilità» che il magistrato ha invitato a riflettere: invece che tutelare la dignità della persona più debole, incapace di intendere e volere, ha finito per determinare quel terribile «fine della pena: mai». «La condizione dell’”internato” è peggiore di quella del “condannato” per uno stesso reato. Il primo sarà prosciolto, ma la sua “pena” non avrà una fine certa. Solo riconoscendogli una responsabilità sarà possibile assicurargli delle garanzie. Per lui non valgono le regole sulla pena che deve puntare al recupero della persona e rispettarne la dignità. È per questo conclude che va riformato il Codice Penale, rivedendo anche il concetto di «pericolosità sociale». Oggi è un surrogato della sanzione penale, utilizzata per giustificare la privazione della libertà personale di chi è rinchiuso». C’è ancora molto da fare.

Roberto Monteforte  (l’Unità del 20 maggio, 2012)