Vecchie e nuove istituzionalizzazioni: le pratiche contro

Sintesi del gruppo di studio

A cura di Piero Iozzia

ha introdotto: Piero Iozzia, responsabile Dipartimento di Salute Mentale "Genova Nord"

hanno discusso:

Fabrizio De Luca, S.P.D.C. S. Giovanni, ASL Roma C

Francesco S. De Martino, direttore Casa Circondariale femminile, Pozzuoli Alfonso Gaglio, responsabile U.O.S.M. ASL Napoli 2, Pozzuoli

Antonio Musto, Servizio di Salute Mentale, Avellino

Umberto Raccioppoli, direttore 0.P.G. “S. Eframo”, Napoli

La discussione ha avuto un taglio marcatamente interdisciplinare anche a causa della diversa provenienza istituzionale dei partecipanti.

Nell’introduzione è stato presentato il lavoro realizzato a Genova tra le sezioni locali di Psichiatria Democratica e di Magistratura Democratica, che ha portato alla definizione di una posizione comune delle due Associazioni a livello nazionale sul problema dell'abolizione dell'Ospedale Psichiatrico Giudiziario e del riconoscimento del diritto alla responsabilità giuridica per gli infermi di mente.

Le nuove concezioni sulla malattia mentale e la forte spinta sociale alla riattribuzione dei diritti agli infermi di mente hanno determinato il superamento degli Ospedali Psichiatrici e l'avvio di una nuova forma di assistenza e cura, ricollocata negli spazi della vita comune.

L'idea della malattia mentale come fenomeno caratterizzante in assoluto l'individuo è stata superata: ci sono persone portatrici di una infermità che non pervade l'intero mondo del paziente e non è sufficiente a rendere ragione di tutti i suoi comportamenti;

I nuovi sistemi di assistenza si pongono come obiettivo l'autonomia e la responsabilità del paziente; in questo senso non si può più affermare che una persona in quanto affetta da psicosi non possa mai rispondere dei propri atti, mentre semmai si tratterebbe di valutare, nei confronti del soggetto imputabile, l'eventuale esistenza di una correlazione tra disturbo psichico e reato commesso, per determinare nel modo più adeguato l'entità della pena.

Il concetto di pericolosità non ha un fondamento scientifico e quindi non si presta a fornire la base per la soluzione giuridica del problema del trattamento giudiziario dell'infermo psichico autore di reato.

Tutti i cittadini devono essere considerati imputabili e ciascun imputato ha diritto al proprio processo come ricostruzione dei fatti che lo riguardano e di un frammento della propria storia; in caso di impossibilità di partecipare al giudizio è necessario attendere che il soggetto sia in grado di comprendere quanto avviene e di organizzare la propria difesa.

Per quanto riguarda la determinazione e l'esecuzione della pena si dovrà tenere conto, a monte, delle eventuali attenuanti speciali connesse all'esistenza di una relazione tra infermità mentale e fatto commesso e a valle della necessità di prevedere luoghi e condizioni di esecuzione della pena tali da garantire l'adozione delle più opportune misure sanitarie.

Questo potrà avvenire attraverso la predisposizione di un "piano di cura”, tenendo presente il particolare rilievo che nella cura psichiatrica assumono i luoghi e le relazioni, evitando automatismi rigidi come, per esempio, l'incarcerazione automatica del paziente che interrompa temporaneamente il trattamento, anziché l'adozione delle più opportune misure sanitarie al pari di ogni altro paziente.

Gli Ospedali Psichiatrici Giudiziari dovranno essere superati: all’interno di almeno un istituto penitenziario dl ciascuna regione andrà attivata una piccola sezione, operante in stretto collegamento con il Dipartimento di Salute Mentale territorialmente competente, destinata ai soggetti che presentino in carcere disturbi psichici o siano stati condannati a pene detentive ed esclusi dalle misure alternative.

Oggi la realtà degli 00.PP.GG. è fatta da circa 1250 persone (tra i170 e i 230 per ciascun Istituto), un dato che si mantiene costante da circa 10 anni, tra di loro circa il 50% sono prosciolti sottoposti alla misura di sicurezza, il 20% in attesa di definizione del procedimento, il 10% seminfermi e il 7% internati per sopraggiunta infermità durante la detenzione (art. 148).

Attorno a questi temi si è sviluppata una discussione che ha sottolineato da un lato la profonda crisi in cui versa l'attuale sistema di trattamento giudiziario del soggetti infermi di mente e la richiesta pressoché unanime di superamento degli OO.PP.GG. nella loro forma attuale ma anche le forti resistenze che ancora persistono nella cultura e nella pratica medico-forense e all'interno di aree di operatori psichiatrici, alla proposta di riconoscere il "diritto alla responsabilità" agli infermi di mente con l’abrogazione degli art. 88 e 89 del Codice Penale.

Molti psichiatri pensano ancora che l’attuale ordinamento, prevedendo la non imputabilità degli infermi di mente, tuteli una categoria di soggetti deboli che privati di quell'istituto di protezione finirebbero di esser puniti per aver commesso atti di cui, a causa della loro malattia, non sarebbero responsabili.

Questo atteggiamento iperprotettivo è una tentazione ricorrente a cui sembra difficile sottrarsi in psichiatria: il risultato è una ulteriore perdita di autonomia degli infermi di mente e l'invalidazione dei loro diritti, “l’ingessamento" di cui parta Paolo Cendon riferendosi al Diritto privato.

Nel corso della discussione si è anche aperta una riflessione sul carcere, un'altra istituzione in cui si è ancora lontani dall'aver realizzato il diritto alla salute. Sono stati portati alcuni dati riguardanti il malessere psichico presente tra i detenuti, sottolineando come, nonostante recenti norme abbiano abolito la medicina penitenziaria e demandato i compiti di cura della popolazione carceraria al Servizio Sanitario Nazionale, sono pochissime le realtà italiane in cui è iniziato un reale intervento dei servizi delle AA.SS.LL all’interno degli istituti penitenziari.

Anche se non esistono stime epidemiologiche attendibili sul disagio psichico nelle carceri, i soggetti portatori di disturbi sarebbero all'incirca 4000: l'entità del fenomeno può essere desunta da quelli che le statistiche registrano come "eventi critici", cioè manifestazioni di violenza etero ed autodiretta.

Nell'anno 1999 negli Istituti penitenziari si sono registrati 6536 gesti autolesionistici, 920 tentati suicidi, 53 suicidi, 1756 ferimenti, 2 omicidi, 42 incendi e 5522 scioperi della fame: leggere questi dati - quasi un bollettino di guerra - può provocare reazioni di incredulità in chi non abbia conosciuto da vicino la realtà carceraria del nostro Paese.

Ci si e chiesto allora come infermi di mente autori di reati potrebbero essere detenuti in istituti in cui non si riesce a far fronte al malessere psichico degli attuali reclusi. Non è pensabile il superamento degli Ospedali Psichiatrici Giudiziari senza la contestuale attivazione di un intervento dei Dipartimenti di Salute Mentale all'interno delle carceri e la creazione di sezioni psichiatriche in alcuni Istituti penitenziari. In pratica è necessaria la presa in carico da parte dei servizio pubblico del malessere psichico dei cittadini detenuti.

Le strutture residenziali (SR) psichiatriche sono state un altro argomento di discussione del gruppo di studio che ha evidenziato da un lato le difficoltà di quei Dipartimenti che ancora adesso stentano ad attivare strutture residenziali ma anche la preoccupante tendenza a moltiplicare i posti-letto residenziali (pubblici e privati) che si registra negli ultimi anni uniformemente in tutto il Paese.

Proprio in questi giorni è stata diffusa una prima stesura dei risultati del Progetto "Progres" promosso dall'istituto Superiore di Sanità che si propone un censimento ed una classificazione delle SR (pubbliche o del privato convenzionato o "accreditate") presenti a livello nazionale.

Questi i primi dati del 'Progres" stanno ad indicare che dopo il 1997 si è assistito ad una intensificazione abbastanza generalizzata dell'attivazione di SR e che questa tendenza ha subito un'ulteriore accelerazione nei corso degli ultimi due anni: nel marzo '98 la SR erano 1057 con una dotazione complessiva di 11.255 posti-letto; nel maggio 2000 la SR sono 1377 con una dotazione di 17.343 post-letto: l'incremento è di oltre il 30% per le strutture e del 54% per i posti-letto. Inoltre oltre il 70% delle Sr hanno una copertura assistenziale sulle 24h.

Ma il dato più preoccupante è quello relativo al turn-over degli ospiti delle strutture: nel corso del '99 il 37% delle SR non ha dimesso neanche un paziente ed il 31% ha dimesso un massimo di 2 persone: siamo in presenza di una tendenza che, se confermata, segnala un preoccupante ritorno a pratiche diffuse di internamento psichiatrico e un funzionamento parziale dei Centri di Salute Mentale, degli S.P.D.C. e del Centri Diurni che non riescono a progettare e realizzare programmi di dimissone dei loro pazienti dalle SR.

I Dipartimenti di Salute Mentale rischiano oggi di diventare luoghi di smistamento dell'utenza da indirizzare di volta in volta all'ambulatorio, al reparto ospedaliero e alle strutture residenziali, senza alcun progetto terapeutico ma in ossequio a protocolli ed a "linee-guida" rassicuranti e stereotipati: da questa degenerazione dell'intervento territoriale discendono i fenomeni di abbandono e di "nuovo internamento". Il Dipartimento di Salute Mentale è quindi il terreno in cui collocare le prassi operative per contrastare la neo-istituzionalizzazione degli interventi e dei servizi.