SERVIZI E SOGGETTI: DAL RICONOSCIMENTO DEI BISOGNI ALLA PRODUZIONE DI IDENTITA’

Sintesi del gruppo di studio

A cura di M. Serrano

 

 

I lavori sono stati incentrati sull’approfondimento di alcuni concetti alla base delle nuove pratiche emancipatorie. Innanzitutto è stato messo in evidenza il nesso forte tra riconoscimento dei bisogni fondamentali e le strategie di cittadinanza in quanto strategie che partono dall’assunzione dei diritti come terreno operativo e precondizione di qualsiasi discorso / prassi terapeutica.

La commissione ha messo in evidenza la reale necessità di interrogarsi a fondo sulle reali pratiche prodotte dai nuovi sevizi di salute mentale nell’era post manicomiale. Questa necessità deriva dalla convinzione che i servizi finora realizzati sono stati finora attraversati da una tensione professionale, morale e politica al superamento degli ospedali psichiatrici: in questa loro natura di "strumento" per il raggiungimento di un obiettivo generale, si sono lasciati spesso e in molte realtà, attraversare dalle contraddizioni ed hanno alimentato molteplici esperienze di protagonismo degli operatori e degli utenti. Con la chiusura definitiva degli ospedali psichiatrici però, si è rafforzato il rischio di un esaurimento della precedente dialettica: i servizi, così, non più strumento per il raggiungimento di obiettivi di cambiamento ma istituzioni, nuove e legittimate, buone in sé stesse. Questo rischio è però bilanciato dalle notevoli possibilità di sviluppo delle pratiche di trasformazione qualora si mantenga la natura fortemente strumentale dei servizi per il raggiungimento di nuovi obiettivi di lotta alla esclusione (OPG, carceri, RSA, istituti, neomanicomialismo strisciante di alcune residenze psichiatriche) e per lo sviluppo di nuove pratiche di protagonismo e partecipazione della comunità (imprese sociali, pratiche di cittadinanza attiva, associazionismo di utenti e di familiari, polisportive, ecc. ecc.). Più in generale è stato messo in evidenza il rischio che la tematica dei bisogni, anziché essere a base per pratiche di protagonismo e di cittadinanza attiva, venga ridotta in un alveo scientista dei soli bisogni sanitari di cura. Tale rischio appare fortemente presente in alcune interpretazioni restrittive e tecnicistiche della MEDICINA BASATA SULL’EVIDENZA.

La tematica dei bisogni come diritti esigibili, come pratica di costruzione sociale comunitaria comporta la necessità di affrontare anche alcuni conflitti tra i soggetti della salute mentale: è evidente che cittadini, politici, amministratori, operatori, utenti e familiari non vedono le cose dallo stesso punto di vista e sono di fatto spesso portatori di visioni interessate, di parte. Inoltre gli stessi cittadini non sono più oggi un insieme sociale di classi, ma vengono attraversati da tutte le conflittualità tipiche delle società multiculturali e multietniche. Muoversi a livello dei bisogni, del diritto di cittadinanza comporta, perciò, non solo l’individuazione di un piano generale, dovremmo dire universale dei diritti ma molto di più: significa farsi carico del concreto processo di ricomposizione dei soggetti e dei loro interessi in una nuova logica di rete, di concertazione conflittuale. Dal lato dei servizi questo significa pensarsi, progettarsi e realizzarsi come parte della comunità, come nodo che tende a farsi carico della concreta attivazione dei collegamenti con gli altri nodi avendo il fine della costruzione del sociale (questo il senso delle pratiche che non vogliono rimandare a un generico e mitico territorio i compiti di integrazione e dialogo con la diversità). Questo vuol dire anche pensare ai servizi sempre più come progetti che tendono a prendere in carico in senso evolutivo i bisogni, col fine di trasformare insieme le domande dei soggetti, le loro aspettative, le identità stesse che scaturiscono dalla relazione di consumatori dei servizi. Servizi non di attesa, non supermarket delle prestazioni prefabbricate ma intenzionalità proattive che investono sulle persone. In modo particolare questo appare sempre più necessario in vaste aree metropolitane, lì dove lo sviluppo economico non si traduce in sviluppo umano ma, al contrario, tende ad ampliare le aree di malessere e di vecchie e nuove povertà. Homeless, emigranti, nuclei familiari disgregati, famiglie monogenitoriali, mercati delle droghe rappresentano in molte realtà italiane zone extraterritoriali che poco si rivolgono ai servizi e a cui i servizi poco si rivolgono. La tematica della centralità del cliente (il cittadino in grado di porre la giusta domanda) rischia di diventare il velo ideologico che nasconde una sostanziale mancanza di pratiche trasformative verso tutta quell’area dei bisogni incapace di entrare in dialogo con il mondo dei servizi. C’è qui tutto il rischio di riprodurre una netta divisione tra gravi e pesanti pratiche repressive demandate alle istituzioni del controllo sociale da un lato ed interventi leggeri e terapeutici per le solite anime belle.

Ugualmente radicale deve essere però il modo di pensare i soggetti. Occorre certamente mantener alta la guardia verso i rischi di psichiatrizzazione sempre connessi all’ampliamento del campo operativo delle pratiche mediche, tuttavia sembra oggi prioritario il lavoro di costruzione di soggetti collettivi che possano contribuire alla implementazione dei diritti di cittadinanza.