Congresso
Nazionale di Psichiatria Democratica
Vico Equense (Na) 9-10-11 Novembre 2000
Relazione introduttiva
Psichiatria Democratica forza di trasformazione
di Emilio Lupo
Le relazioni introduttive incominciano, sovente, con ringraziamenti rituali, scontati, quando non asettici. Per quanto ci riguarda, non sarà per niente così, perché il caloroso grazie che vi rivolgo qui ed oggi - a nome degli iscritti e dei dirigenti nazionali e campani di Psichiatria Democratica - è un grazie per l'attenzione che voi tutti riservate alle lotte, all'impegno quotidiano ed ai valori di cui P.D. è portatrice da sempre, ma anche per il pieno riconoscimento della nostra autonomia.
Questo nostro appuntamento, voglio ricordarlo, è stato reso possibile, esclusivamente, grazie alla militanza e allo spirito di servizio di uomini e donne che in P.D. si riconoscono, che sono le stesse persone che con vigore e costanza si impegnano, in tantissime parti del Paese, per garantire lo sviluppo di pratiche dei diritti, per tutti. Hanno sostenuto questo nostro sforzo i cittadini, i lavoratori, i loro rappresentanti, le istituzioni democratiche; non altri.
Questa nostra scelta convinta, determinata - una volta si sarebbe detta di linea - costituisce la prima discriminante, una delle differenze che va ascritta al nostro ampio movimento e che ci inorgoglisce non poco.
Tutti sanno che l'identità ed il riconoscimento di essa non sono professioni di fede né, tanto meno, si possono costruire in una notte ma sono state nutrite e sostenute costantemente da atti e fatti concreti, tangibili e verificabili nel tempo.
L'adesione a Psichiatria Democratica ci impone di avere il fiato lungo ed i nervi saldi.
Bisogna, insomma, condividere i percorsi farli crescere nel consenso, comprendere più che interpretare. Schierarsi senza tentennamenti, decidere con chi stare e quali obiettivi perseguire. Fra le cose che P.D. vuole sviluppare vi è, di certo, quello di promuovere lo scambio e la dialettica all'interno dei gruppi di lavoro e nelle mille piazze del mondo dove, a vario titolo, ci muoviamo, interagiamo, ci sforziamo di costruire con altri scenari multipli di vita, ma, al tempo stesso, dobbiamo conoscere gli innumerevoli strumenti di quanti, pur teorizzando l'emancipazione perseguono, nei fatti, altre e meno nobili finalità, che si coniugano più con le luci del potere che con l'oscura fatica del fare.
E questo voglio dirlo, qui, dirlo ora anche a nome degli aderenti a P.D., dei suoi tantissimi operai che spesso, da soli ed in maniera anonima, senza riflettori e supporters hanno promosso e sostenuto iniziative ed una pesante fatica quotidiana spinti solamente dal quel che significa la nostra sigla : Psichiatria Democratica è progetto, idea forte, sogno, luogo di elaborazione, concretezza .
Riconoscersi in P.D. vuol dire essere con chi esprime disagio e sofferenza, senza demordere, ripartendo ogni volta da dove si è stati costretti a fermarsi; costruire piccoli pezzi di percorso, con la stessa costanza e, se possibile, con la stessa intensità. Insomma un rincorrersi incessante di pratiche e teoria, incessante come il processo di deistituzionalizzazione. Solo così, probabilmente, si spiegano i non pochi risultati fin qui raggiunti sia in quelle realtà nelle quali il tessuto associativo, culturale, economico e politico segnavano punti a favore delle pratiche territoriali che, laddove la fatica quotidiana ha dovuto fare i conti con l'indifferenza, il vuoto o addirittura con l'ostilità palese e reiterata.
Da Caltagirone a Livorno, da Napoli a Treviso, da Matera ad Imola, da Bari a Roma, da Cagliari a Siena, da Reggio Calabria a Trieste- ed in tanti altri posti che per brevità non cito- si sono dispiegate grandi energie e significative conquiste senza mai negare gli arretramenti, le difficoltà ed i ritardi su taluni temi della salute mentale.
Recentemente discorrendo con Agostino Pirella si concordava sul fatto che non sempre né nella misura più adeguata e giusta, si diffondono i risultati delle ormai tantissime esperienze italiane che si richiamano a Psichiatria Democratica: il lancio ufficiale del nostro sito internet come l’utilizzazione di nuovi mezzi di comunicazione ed il promuovere iniziative su temi caldi in luoghi freddi, dovranno vederci da subito impegnati tutti, per ridurre sempre più questo vuoto.
La nostra coerenza - e la coerenza costa, costa sempre - ci ha naturalmente indotti a rifuggire gli apparentamenti con presunti progressisti che popolano le nostre realtà.
Le alleanze sono, difatti, cosa importante, centrale , tant'è che Basaglia così si esprimeva: "bisogna sapere con chi potere avere dei collegamenti, non ci si può trovare con un manipolo di ardimentosi i quali non possono che fare dell'avventurismo". L'esperienza ci ha insegnato che molti di questi presunti ardimentosi, buoni per tutti e per tutte le stagioni sono interessati più al potere personale che ad altro.
Non basta aprire contraddizioni, occorre governarle perché esploda la democrazia e ciò può essere possibile soltanto se si allarga la partecipazione, solamente se si riuscirà a fare emergere la singolarizzazione nella complessità e nella ricchezza del collettivo.
Se noi, insomma, non faremo avanzare l'idealità contenuta nelle pratiche alternative, rischieremo di trasformare la lezione delle antiutopie in permanenti e stagnanti utopie elitarie e, quindi, a rimandare ad un potere che non esiste la soluzione dei problemi ed a ritardare il percorso verso l'emancipazione.
La lotta intrapresa contro i manicomi, la loro chiusura e ciò che ha costituito dal punto di vista pratico e simbolico è un fatto epocale, un punto di non ritorno che va evidenziato nella misura giusta, opponendosi - con decisione - a frettolose analisi, a commenti tinti di penoso riduttivismo. Questa esperienza, nonostante le forti opposizioni e le inevitabili contraddizioni, ha dimostrato che il dibattito intorno agli ospedali psichiatrici, che languiva da anni, non solo è stato riaperto ma ha anche determinato la definitiva chiusura degli OO.PP. E ciò si è materializzato allorquando il movimento e la politica, stretti in una collaborazione reciproca e rispettosi del senso di fondo del progetto stesso, sono riusciti a fare passare nel Paese proposte chiare e concrete.
P.D. insomma si è sempre più caratterizzata come realtà pulsante per i molteplici attori in campo e nel contempo antitetica non solo ai processi mercantili e di nuovo controllo sociale, ma anche come antidoto alle isole di produzione particolare, a quei sottosistemi che negano l'attraversamento ed i contagi.
Ciò che andiamo sostenendo, ad esempio, è che dietro la chiusura degli OO.PP. ed all'apertura di un Centro diurno o di una impresa sociale come l'acquisizione di un alloggio popolare o quant'altro riusciamo a promuovere con le nostre pratiche di lavoro, vi è un grande investimento, che è insito nella vita stessa: il protagonismo reale delle persone che vogliono essere attori di radicali trasformazioni socio-economico-culturali.
E' per tutti questi motivi che va mantenuta viva la memoria del manicomio :" la memoria è un dovere " ha detto Primo Levi.
In questa ottica vanno riconosciuti anche i nostri ritardi, le lentezze, ma non la superficialità, né tantomeno gli errori di valutazione circa le alleanze che bisognava promuovere od intensificare durante il tragitto.
Possiamo - seppure dopo troppo tempo - serenamente affermare di aver mantenuto la lucidità nel respingere la retorica, per fare avanzare sempre più le pratiche.
Non c'è, però in noi - nonostante i tanti buoni risultati di questi anni - nessuna voglia di ritenere chiusa la partita e se "la notte è finita"(P. Levi) l'alba stenta a venire.
Vi è stata, insomma, una costante nel nostro lavoro, vista la tendenza al fatto che "tutto è uguale a tutto", ovvero mantenere nelle pratiche contenuti rigorosi ed inequivocabili.
La battaglia- dura e difficile - contro l'ESK, nella quale è stata determinante l'impegno nostro, di tanti parlamentari, della stampa e del ministro Rosy Bindi, conteneva in sé, tra le altre, due valenze : 1) L'ESK andava abolito perché - contrabbandato come presidio terapeutico - non faceva che spegnere la persona rubandogli la dignità, la soggettività ed ogni potere contrattuale; 2) L'ESK andava abolito perché riproponeva quella psichiatria biologica che affermando senza dimostrare era riuscita a detenere un potere di annientamento, di sudditanza elettrificata, affondando per sempre la vita delle relazioni significative.
La nuova disposizione in materia è quindi frutto anche della nostra tenacia e rilancia la centralità dei Servizi quali luoghi di interscambio, di attraversamento, di integrazione con le diversificate realtà dei nostri quartieri.
E' a noi, sostiene uno dei dirigenti campani di P.D. - il dott. Renato Donisi - che " tocca il difficile compito di tenere insieme le nostre differenze creando nuove basi culturali per una pratica democratica della solidarietà che non possiamo dare per scontata.
Di che cosa parliamo quando trattiamo della psichiatria?
Si ravvisano problemi di identità, inerenti ai ruoli, ai compiti ed ai limiti attraverso discussioni e controversie su oggetti, metodi, pratiche di un sapere che ormai si srotola lungo le aree empiriche e concettuali delle molteplicità, della eterogeneità, delle differenze, della contingenza e della contestualità.
Un sapere che attribuendosi la sfida di voler parlare dell'uomo assume via via connotazioni anti-fondazioniste, anti-essenzialiste, ruota vorticosamente su vertici di matrici psico-biologiche, umanistico-retoriche e narrazionali, storico- dialettiche, sociali, psico-colletive e post-basagliane.
Piuttosto che negare le difficoltà del compito, intravediamo in questa caotica quanto sfocata rappresentazione della nostra pratica quotidiana, l'opportunità democratica per collegare idee e metodi, per tenere insieme delle parti, per avviare alleanze e dialogo fra culture, i ruoli, le posizioni politiche in gioco.
Ci troviamo di fronte alla possibilità, riteniamo, di costruire una rinnovata cultura dei Servizi che, sempre affondando nella prassi, sia capace di opporsi al rischio di retrocedere.
Perciò non ci piacerebbe lavorare in una istituzione semi-totale, autocentrata, autoreferenziale non in grado di leggere le contraddizioni, i margini e le pieghe, le aree di sovraesposizione e le differenze : non ci piace un Servizio che non sia in grado di leggere l'infinita varietà di rappresentarsi della vita, che sempre sopravvive e da cui dipende il disagio.
Di grande portata è stato l'impegno che P.D. ha profuso, per l'introduzione nel nostro sistema legislativo, della figura dell'Amministratore di Sostegno - ora fermo alla commissione Giustizia del Senato - impegno condiviso con un gruppo di lavoro di Magistratura Democratica a livello nazionale, lavoro che è volto alla riduzione progressiva delle interdizioni e delle inabilitazioni.
Tale nuovo strumento consentirà ai cittadini in difficoltà di poter contare su di un sostegno concreto, rapido e più aderente ai bisogni della persona: si passerà, come abbiamo già affermato in altre occasioni, da un ruolo passivo tutto legato alla roba di verghiana memoria ad un ruolo attivo che pone al centro la qualità della quotidianità, nella sua stravolgente semplicità.
L'inabilitazione e l'interdizione, delle quali si auspica la netta riduzione, costituiscono di fatto una restrizione delle libertà individuali, nel mentre riteniamo che compito primario, non sussidiario, del sistema pubblico sia quello di rimuovere gli ostacoli che impediscono lo sviluppo della persona e l'esercizio dei diritti. L'Amministratore di sostegno costituisce la risposta forte a quella psichiatria autoreferenziale, arroccata intorno al rituale tecnico del controllo sociale . Quella psichiatria priva di un'anima collettiva, più interessata al silenzio dei luoghi di cura che alle voci ed allo scambio del mercato della vita.
Altro punto di attacco che stiamo affrontando insieme a Magistratura Democratica è l'adozione da parte delle Camere di uno strumento - legislativo ed operativo - che ci conduca al superamento degli Ospedali Psichiatrici Giudiziari, che come per l'Amministratore di sostegno sono stati oggetto di tantissimi approfondimenti, in questi anni, attraverso seminari e conferenze (Genova, Trieste, Roma) o di risoluzioni importanti come quella prodotta dal gruppo genovese che fa capo a Piero Iozzia. Questa sorta di incompiuta, che pensavamo di affrontare e risolvere positivamente già dopo l’approvazione della legge 180/78, dovrà costituire, a mio avviso, una delle opzioni forti del programma 2000-2002 di P.D perché la chiusura degli O.P.G. è, di fatto, una tappa fondamentale verso i diritti agiti.
Ciò serve anche a ribadire, contro i facili entusiasmi, che la strada è lunga e tortuosa e va percorsa con i tanti cui ci accomunano ideali e progetti; in questa direzione farò in conclusione una proposta che, mi auguro, raccolga il vostro interesse e consenso .
Ma veniamo all’Impresa Sociale della quale costantemente sosteniamo lo sviluppo, rifuggendo dall’astrattezza, in quanto motore di socialità, dentro i processi di produttività che contemplano la emancipazione del singolo nella collettività.
Bisogna stare attenti che non diventi, invece, un nuovo ammortizzatore sociale a basso costo, una sotto categoria che da una parte afferma la necessità di poter scegliere (l’empowerment) e, dall’altra, costruisce nuove limitazioni, scarso sviluppo.
Nell’impresa sociale, più che altrove, si mette in discussione la nostra identità e noi dobbiamo essere coraggiosi e leali fino in fondo.
E’ la stessa dialettica che ci deve rimandare, sempre, alla nostra identità.
Rispetto a questo grosso capitolo del nostro lavoro, mi sembra indicato riportare, dappresso, una riflessione che le colleghe Ceschia e Stefanutto, allora a Portogruaro, facevano sul lavoro:
...." La ricerca di costruire un lavoro nella libertà, ed ancora prima la ricerca di libertà appartiene a quella tensione/trasformazione ideale e materiale che riuscì a trovare luoghi a partire dal non luogo rappresentato dal manicomio. Lo sguardo sulla differenza nella pratica di deistituzionalizzazione, è stato ed è uno sguardo che vede nella differenza un valore e da questo punto di vista ha combattuto e combatte le disparità. Non soltanto, il riconoscimento delle soggettività ha mutato il nostro modo di essere operatori e le stesse istituzioni in cui lavoriamo.
Evidentemente questo processo è ancora in atto.
Le differenze sono nodi culturali, nodi tagliati sono le disparità: la cultura legata alla pratica di deistituzionalizzazione ci ha allenati a sviluppare quei nodi, a trattenerci dallo scegliere la strada più breve del tagliarli. Ora, come trent’anni fa, possiamo guardare l’orizzonte per comprendere le differenze in cui siamo immersi. Ci siamo dotati di pratiche, strumenti e strategie avviando una profonda crisi del paradigma stesso del nostro sapere e del nostro essere operatori. Oggi nuovi soggetti si pongono, producono cultura e sapere….
Non possiamo considerare concluso il lavoro di deistituzionalizzazione nemmeno nelle sue esperienze più complesse e complete…".
I Servizi Psichiatrici di Diagnosi e Cura devono essere un altro dei punti di intervento forte, deciso e costante di P.D., perché essi hanno costituito e costituiscono in maniera pesante un luogo di insopportabile parcheggio, di induzione alla cronicità, quando non di contenzione nelle sue forme antiche e moderne.
Concretamente, la Carta dei diritti proposta dalla CGIL recentemente ed in maniera autorevole, a Roma, ci è di grande aiuto per costruire un ampio fronte che, partendo proprio dai diritti agiti, rompa il muro dell’omertà, delle connivenze e degli abusi perpetrati a danno dei più deboli.
Riproporre il tema SPDC significa, in realtà, riproporre alla discussione collettiva il modo di intendere l'uomo, il rispetto della soggettività all’interno dell’intera società, partendo dai luoghi del disagio e dell’abbandono. Significa, altresì, fare intendere ai Direttori Generali delle Aziende Sanitarie Locali dove e perché investire risorse, significa costruire uno schieramento ampio con gli Enti Locali per promuovere nuova socialità, con tutti gli attori in campo, con le famiglie che devono sentirsi meno sole ma anche protagoniste attive e responsabili di un processo ampio e condiviso in ognuna delle sue parti.
Significa, come abbiamo sostenuto ampiamente nel nostro "Manifesto per la salute mentale del 2000"- meglio noto come il C.O.R.E. di Psichiatria Democratica - rifiuto della delega, voglia di essere dentro i processi e di confrontarsi.
Da Basaglia in poi, abbiamo capito che uno dei compiti principali di quanti vogliono costruire, con altri, un’alternativa seria e concreta alla psichiatria dell'attesa, dell'urgenza-emergenza e della cronicità, sta nell’attraversare le istituzioni per trasformarle. Il cambiamento annunciato, enunciato facendo ben attenzione a non sporcarsi le mani, come ogni altra modalità - se non co-agita - ha sempre costituito, stiamo ben attenti, un rafforzamento delle forme di potere preesistenti.
Voglio ora, interpretando certamente il pensiero di tutti i presenti, ringraziare affettuosamente, con un grande abbraccio ideale, Sergio Staino che con la sua intelligente, delicata e puntuale testimonianza ha reso più ricco il nostro Congresso, unendosi, come solo lui sa fare, al nostro C.O.R.E..
La Consulta Nazionale per la Salute Mentale, alla quale aderiamo insieme alla CGIL, all’UNASAM ed all’ARCI, è un'altra importante tessera del grande mosaico della democrazia e costituisce un luogo di confronto, di elaborazione e di lotta sui temi a noi più cari e deve dispiegare le proprie forze ed intelligenze in quelle sedi istituzionali, dove si orientano le scelte in materia di sanità ed assistenza.
E’ a Voi nota la nostra presenza al gruppo di lavoro del Ministero della Sanità denominato "Osservatorio nazionale per la Salute Mentale" ricostituitosi recentemente, ci è sembrato, più su basi di categorie, da noi non condivise (almeno in alcune sue componenti) che rispetto agli obiettivi individuati con l’allora ministro Bindi. Del resto ciò ci meraviglia solo in parte perché la scelta fatta, in sede centrale, di sostituire la Politica (quella con la P maiuscola) con altro non preludeva a niente di buono. Possiamo solo sperare che mutino le condizioni attuali e si ritorni allo stato quo ante. Ebbene, voglio dirlo a chiare lettere che P.D. continuerà a portare avanti le proprie proposte che non coincidono affatto con quelle dell'attuale ministro. Voglio aggiungere, però, che in quella sede non faremo mancare il nostro contributo ( come abbiamo fatto ieri per il P.O. 98/2000, per l’ESK, per la chiusura degli OO.PP., per la commissione mista per il superamento degli O.P.G. etc.) in maniera franca e leale, senza accettare nessuna burocratizzazione della delicata questione Salute Mentale.
Dicevamo delle alleanze, ebbene, esse ci introducono al tema della condivisione e soprattutto dell’appartenenza così rinvigorita in P.D. negli ultimi anni. L’avere posto grande attenzione alla creazione di una forma più concreta e severa di organizzazione ha evidenziato che non per tutti P.D. significava la stessa cosa. Noi, ritengo, abbiamo la forza e la maturità necessaria per ammettere che la sigla aveva perduto in alcune sue parti e realtà - poche per fortuna - smalto ed incisività proprio perché non vi erano regole certe, perché non sempre nei responsabili si evidenziava la giusta tensione della classe dirigente. Il rinnovato rigore dell'esecutivo ha, probabilmente, fatto emergere con chiarezza gli opportunismi che pure erano state evidenziati, e questo non è stato gradito soltanto a coloro che erano interessati a mantenere una certa evanescenza del nostro movimento, ruoli e posizioni ambigue. Ma questo è il passato : P.D. ha fatto scelte di campo chiare e decise ed oggi può contare su organismi dirigenti, regionali e nazionali che puntualmente decidono, intervengono, orientano, costruiscono, esprimono pareri, si confrontano, programmano, si consultano, creano relazioni, mantenendo la loro identità ed il rigore proprio di una classe dirigente riconosciuta.
P.D. è una realtà in forte crescita di consensi ed in grande movimento che dai suoi Presidenti, Agostino Pirella e Rocco Canosa, che consolidano una unità nella continuità, fino alle giovani realtà locali che recentemente ed in maniera sempre più numerosa si presentano sulla scena, voglio ricordarlo, non è una Associazione di categoria ma una organizzazione aperta e permeata da idee ed operosità di uomini e donne che si richiamano a programmi di emancipazione, partendo proprio dagli ultimi.
Psichiatria Democratica come una Agenzia di elaborazione teorica e di concretezza, un luogo dove fare esprimere i sogni e le idealità collettive, dentro la società, contro i luoghi separati. Tutto questo definisce, fino in fondo, la nostra identità e quando ci siamo schierati contro la guerra nei balcani e con altre associazioni o gruppi politici e religiosi abbiamo partecipato ad iniziative pubbliche, lo abbiamo fatto perché la Salute mentale, per noi, non ha i limiti dei manuali e delle posologie, essa non può prescindere dai valori fondamentali della vita stessa quali la pace e la opposizione netta contro la violenza .
P.D. si sente attore e non spettatore del mondo, perché la funzione della politica non ci è affatto estranea.
P.D. come soggetto collettivo che vuole confrontarsi sempre più con tutti i saperi e le discipline che sono interessate alla costruzione di scenari di partecipazione e di liberazione.
P.D. deve perciò stare dentro le profonde trasformazioni di questo millennio e proporre nuovi contenuti da mettere al vaglio delle pratiche "di cure" nei Servizi.
P.D. deve penetrare sempre più negli interstizi della Società, in ogni sua piega, puntando ad una crescita collettiva fatta di cose tangibili che provengono dalla vita di tutti i giorni.
Una organizzazione, perciò, capace di guardarsi dentro, di rileggere costantemente le proprie opzioni e tutti gli atti consequenziali, senza nessuna rigidità, senza rinvii e temporeggiamenti. Partendo da quanto facciamo ogni giorno, in ciascuna realtà, con tanti altri, facendo crescere il consenso intorno alle cose che rappresentiamo; per arginare la psichiatria dei numeri, delle psicotecniche isolate, la psichiatria delle evidenze infondate, la psichiatria delle residenze definitive, la psichiatria dei consulenti televisivi.
Questa psichiatria sarà resa sempre più inoffensiva solo se riusciranno ad affermarsi quei valori di socialità che sono alla base di un autentico progetto di singolarizzazione.
Progetto per noi deve significare proporre modelli di integrazione costruiti con i nuovi soggetti del cambiamento, senza innamorarsi però, dei cosiddetti diritti assoluti.
Non credo, difatti, ai diritti acquisiti in maniera meccanica, quasi spontanea, ma piuttosto ad una lenta ma progressiva coscientizzazione, ad un bisogno di conoscere sempre più ampio. Preoccupa che in molte realtà, anche quelle ritenute avanzate, il lavoro dell’utente venga inteso come il fine della vita, il raggiungimento dell’obiettivo riabilitativo, e non come un mezzo per costruirsi, giorno dopo giorno, segmenti di libertà, pezzi del grande puzzle per una reale autonomia che, certamente, parte dalla libertà dal bisogno economico.
Vorrei dire della formazione, che sarà oggetto di una delle commissioni di studio che si attiveranno nel pomeriggio di domani, limitandomi al ruolo dei cosiddetti "non professional", partendo dall’esperienza napoletana.
La formazione dei tecnici della riabilitazione da parte dell’Università se da un lato recupera istanze di tipo psico-sociale emerse dalle pratiche di intervento, sostiene Salvatore di Fede dirigente campano di P.D., significativamente definiti nel tempo proprio come "non professional" e che si sono esplicate in tutti questi anni in una prassi deistituzionalizzante, dall’altro - come sempre può accadere- essa rischia la stabilizzazione e, dunque, la istituzionalizzazione, di una pratica riabilitativa che, grazie anche al privato sociale si è caratterizzata come area di pensiero critico teso alla sua stessa trasformazione. Area cogente di operatori sociali e di percorso, che agiscono le necessità continue di analisi e di definizione per tradurre in invenzione progettuale l’imponderabilità del desiderio e la sua anticipazione.
Si tratta, in conclusione, di riconoscere, accanto alle nuove figure di formazione universitaria, il ruolo e la funzione di questi operatori che costituiscono una risorsa straordinaria e creativa per tutti.
Solo una riflessione, mi consentirete, sull'impalcatura delle Commissioni di studio e delle sessioni plenarie: il gruppo dirigente uscente ha scelto un congresso aperto, che continuasse a rappresentare tangibilmente la società odierna. Ecco perché, a differenza che altrove, qui sono stati chiamati a discutere ed a confrontarsi con il mondo della psichiatria, giornalisti, associazioni di volontariato e del privato sociale, del self- help, magistrati e filosofi, gruppi sportivi e mondo delle carceri, sociologi e politici, operatori delle farmacodipendenze, analisti ed operatori scolastici, sindacalisti, antropologi e ginecologi impegnati nei consultori familiari delle frontiere di periferia, operatori culturali, il mondo cattolico e quello dell'informatica e quegli operatori che si fanno carico di seguire il delicato mondo dell'infanzia e dell'adolescenza.
Nell'avviarmi alle conclusioni, vi è un tema che vorrei proporre alla vostra attenzione oggi e che mi farebbe piacere sviluppare dentro ed oltre Psichiatria Democratica: la città sociale.
L’esperienza dura ed esaltante che da poco più di un anno sto facendo nel quartiere Sanità, mi ha consentito di conoscere altre facce dell’abbandono, delle mille miserie, della ferocia di una burocrazia asettica e incurante di un malessere diffuso. Ebbene, la fuga dalle responsabilità, la carenza di integrazione, la incultura riscontrata a più livelli mi hanno convinto che solo sviluppando "città sociali" si può incominciare un opera concreta di avvicinamento tra uomini e donne e di trasformazione profonda. La città, insomma, per inventare e reinventare l’agire e la creazione di umani desideri, il sociale per rielaborare e ridefinire le connessioni, fra tutti e ciascuno.
Ma con quali mezzi? Per raggiungere, in concreto, quali fini? Attraverso quali percorsi? Io sono portato ad affermare che quartieri e città, comunità e società si devono incontrare a partire da quei bisogni e desideri che non sono altro che l’opposizione netta e consapevole alle tante finte risposte che si offrono al cittadino in difficoltà.
Fare indietreggiare ovunque l’infelicità non può ritornare ad essere solo uno slogan ma deve contenere in sé operazioni in grado di rovesciare i concetti spazio-temporali dell’esistenza umana. Se al disagio esistenziale, al disturbo relazionale si risponde offrendo il posto letto in appalto, se alla solitudine della povertà infantile si risponde con il convitto, se alla vecchiaia si risponde con l’ospizio allora è nostro compito urgente intervenire perché siano promosse nuove e ben altre forme di intervento e di decodificazione dei bisogni, facendo arretrare sempre più un falso welfare che produce ulteriori forme di separazione e di isolamento: "un buon Servizio, non si misura dalle risorse o dagli spazi che possiede ma da quale idea ha dell'uomo"(F.Basaglia).
Dobbiamo sforzarci perché si intenda che mai le risposte possono essere uguali per le diverse esigenze e quindi adattabili a tutti ma che vi è necessità di diversificare gli interventi e che comunque ciò che chiamiamo malattia, disturbo, disagio necessitano di accoglienza, ascolto, attenzione e giammai di espulsione dai propri contesti.
Su questa cultura sono nati i manicomi, e per dirla con Rossano " i figli del manicomio (operatori con quella cultura e quelle pratiche) sono ancora fra noi". Un contributo significativo sul tema delle città sociali ci verrà, di certo, da Giusy Gabriele che nella città di Roma, nella sua funzione di Assessore alle politiche per la salute, ha dato il via a numerose e significative iniziative che si muovono nella direzione da me auspicata.
Certo è un lavoro nuovo, è un impegno duro, ma dobbiamo farlo senza esitare.
Questo nostro Congresso, come sapete, lo abbiamo voluto dedicare a Basaglia, a quel tanto che di Lui ci resta ancora adesso, a vent'anni dalla Sua scomparsa. Noi però non vogliamo affatto che ciò si riduca ad una commemorazione, ad un ricordo quasi dovuto. Ben altre sono state le motivazioni che ci hanno fatto scegliere questa dedica. Innanzitutto l'attualità e la freschezza del Suo pensiero, l'ammonimento a non ritenere mai chiusa la partita dopo il manicomio, stare attenti al pericolo di istituzionalizzare l'uomo, in altre forme ed in altri luoghi. Ma ciò che più mi piace di ricordare in questo appuntamento così importante è che Franco Basaglia " ha costretto tutti, intellettuali e non, a fare i conti con la pratica" che ancora costituisce una sfida alta.
Non nascondo di avere, sempre, qualche difficoltà a parlare di Franco, perché temo di ritualizzarlo in qualche maniera, e, perciò più che dirne io, ne consiglio la lettura alle persone con le quali intesso relazioni: da chi lavora nel mio Servizio, agli studenti universitari, ai giovani dei gruppi associativi che collaborano nelle attività di quartiere.
Franco è stato di certo un Maestro autentico, un punto di riferimento autorevole ed importante, ma ciò che in tempi duri come questo va detto è che Basaglia è stato uno scienziato della speranza.
Da ultimo consentitemi di esprimere un sincero ringraziamento alla CGIL- F.P., all'Amministrazione provinciale di Napoli,al Sindaco,al Vice-sindaco, agli Amministratori di Vico-Equense alla Regione Campania, ai Deputati e Senatori che ancora una volta testimoniano il radicamento di P.D. nel Paese. Ma permettetemi, inoltre, di dire ancora un grazie ai dirigenti e militanti della Campania, operai infaticabili e pazienti che hanno reso praticabile la speranza che c'è in questo appuntamento. Grazie a chi è venuto da lontano, sacrificando tempo e risorse in nome di una proposta e di un ideale ancora forte e vivo. Grazie anche a coloro che pur volendo esserci ne sono stati impediti, per gravi ragioni di salute o per motivi legati al lavoro.
Concludendo, vorrei proporre al Congresso di tenere al più presto un Assise nazionale che veda protagonisti i veri attori del cambiamento, quei soggetti collettivi di cui diremo in queste giornate: un confronto che produca iniziative partendo, per così dire, dal basso. Questo, probabilmente potrà costituire un punto a favore delle pratiche oltre le parole.
" Il mondo di oggi - ammoniva B. Brecht - può essere descritto agli uomini d'oggi solo a patto che lo si descriva come un mondo che può essere cambiato".