
La promozione della salute mentale nella
Comunità
Sintesi del gruppo di studio
A cura di Renato Piccione
- Due punti fermi: La Prevenzione secondo Franco Basaglia.
Nel 1979 Franco Basaglia affermava:
"Credo che una delle principali
prevenzioni della follia e della malattia mentale sia la lotta contro la miseria.
Quando andiamo verso un quartiere
povero la prima prevenzione della malattia mentale, lo ripeto, è la lotta
contro la miseria del quartiere, che nello stato di degrado in cui vive, è
fonte di malessere sociale e anche di follia".
F.
Basaglia
Conferenze
brasiliane
S.Paolo,
19 Giugno 1979
Franco Basaglia con decisione e fermezza,
afferma che la miseria induce la sofferenza mentale e quindi prevenire la sofferenza
mentale significa lottare per ridurre la miseria. La miseria a cui allude F.
Basaglia è, certo in primo luogo quella materiale, ma anche quella spirituale
ed esistenziale, cioè quelle condizioni di vita dove non c’è libertà,
i bisogni sono disattesi e non c’è risposta ad una quota accettabile
di desideri.
In termini attuali il contrasto alla
miseria coincide con politiche sociali di comunità che permettono ai
membri della stessa di condurre un’esistenza libera e dignitosa, senza che alcuni
bisogni fondamentali (casa, lavoro, possibilità di costruire una famiglia,
ecc.) siano disattesi.
Due sono gli obiettivi che definiscono
una politica sociale di qualità.
- Aumentare l’indice di sviluppo umano (reddito,
scolarizzazione, durata vita media) attraverso interventi (tra i quali la
protezione ambientale non deve essere dimenticata) che siano in grado di creare
le condizioni, per le quali le vite dei singoli si possano sviluppare se non
felicemente, almeno serenamente e più in generale configurando delle
esistenze che valga la pena di vivere.
- Sviluppare una politica sociale di comunità
che preveda in maniera forte e decisa una reale protezione e promozione della
vita dei soggetti deboli. Si allude agli anziani non autosufficienti, ai disabili,
ai senza fissa dimora, ai minori in condizioni di disagio, ai tossicodipendenti,
ecc.
Promuovere e tutelare l’esistenza
dei soggetti deboli significa
- Accettare ed integrare la diversità, promuovendo
un clima culturale privo di pregiudizi, che non emargini e stigmatizzi il
diverso.
- Permettere l’esercizio reale dei diritti di cittadinanza
dei soggetti deboli.
- Includere nel mondo del lavoro il soggetto debole,
anche attraverso la promozione di attività di impresa sociale (o di
impresa civile secondo altri) allo scopo di non disperdere il patrimonio di
energie e risorse spesso misconosciute o sottovalutate del diverso.
- Permettere più in generale al soggetto debole
di esprimere la propria soggettività attraverso l’acquisizione di un
potere sociale ed economico reale e la promozione di rapporti sociali equi,
non violenti e colorati di affettività.
"Quello che è essenziale
in un’organizzazione sanitaria:
un lavoro di prevenzione, perché
il futuro dell’organizzazione, ovunque nel mondo, non è la creazione
di nuove strutture ospedaliere, ma di reti di servizi preventivi."
Franco
Basaglia
Conferenze brasiliane
Belo Horizonte, 21
novembre 1979
In sostanza Basaglia afferma che il
perno di un’organizzazione sanitaria è la costruzione di una rete di
servizi preventivi. Indubbiamente il suo pensiero si riferiva a quel tempo,
più di 20 anni fa, ed a quel contesto, il Brasile, dove l’assistenza
psichiatrica si riduceva all’abbandono o all’internamento in grandi e degradati
manicomi.
I servizi territoriali di oggi, e
per l’Italia il D.S.M., sono indubbiamente un "superamento preventivo"
delle inefficaci e violente pratiche manicomiali specie brasiliane. Ma il sistema
di assistenza psichiatrica di oggi è realmente una rete di servizi preventivi?
La risposta è no e per almeno tre ragioni.
La pratica dell’internamento è
scomparsa solo in Italia, insieme al Vermont e al Saskatchewan, mentre tutti
gli altri paesi, pur avendo ridotto i posti in O.P. ed aumentato le risposte
territoriali, continuano ad internare i casi più gravi e difficili.
I servizi territoriali in tutto il
mondo, compresi quelli italiani, continuano ad operare, sia pur in modo aggiornato
e tecnicamente più raffinato con sistemi e metodologie di stampo squisitamente
manicomiali; si vedano per l’Italia gli abbandoni decennali nelle strutture
residenziali assistite nelle 24 ore, i C.S.M. ridotti ad ambulatori di psicoterapia
e psicofarmacologia di attesa , i reparti ospedalieri dove i pazienti sono legati,
ecc.
La terza ragione è proprio
l’assenza di pratiche di prevenzione e promozione della salute mentale. I D.S.M.
sono eccessivamente ed inefficacemente spostati sul versante trapeutico – riabilitativo.
In assenza di pratiche preventive il sistema socio – sanitario, sostenuto dagli
interessi della psichiatria privata (Cliniche e Residenze) continua a produrre
cronicità che trova nel D.S.M. il terminale di approdo. Il D.S.M. inondato
di cronicità da riabilitare, rischia di essere sommerso (il burn – out
dei servizi) e non ha tempo e risorse per prevenire i disturbi e promuovere
la salute mentale della comunità per la quale è competente.
In definitiva il D.S.M. è il
"manicomio" di oggi, che deve essere superato in quella incessante
ricerca del nuovo, che si materializzerà nell’istituzione inventata.
Non è facile individuarne la natura e la configurazione definitiva, ma
certamente l’incessante opera di deistituzionalizzazione del D.S.M. e l’introduzione
di politiche di prevenzione dei disturbi e promozione della salute saranno due
dimensioni irrinunciabili.
- Informazioni strategiche sulla salute mentale e
futuro del D.S.M.
Per immaginare il futuro bisogna conoscere
il presente e le sue criticità.
Le informazioni strategiche sulla
salute mentale della comunità italiana potrebbero essere le seguenti:
- L’enorme diffusione della sofferenza mentale. Tutte
le stime concordano nel sostenere che il 20% della popolazione ogni anno abbia
problemi di salute mentale. Si tratta di una persona su cinque oppure 30.000
persone su un modulo territoriale di 150.000 persone.
- Non si conoscono i bisogni di salute mentale di
una comunità. Anche le stime sono insufficienti ed in sostanza per
ogni area d’intervento non si conoscono in modo esauriente morbilità
e disabilità psichiatrica, tantomeno divise per età, sesso e
stato sociale; quanti pazienti sono seguiti in modo appropriato; quanti pazienti
sono seguiti da agenzie diverse dal D.S.M.; quanti pazienti non in trattamento
avrebbero necessità di esserlo; ecc.
- La condizione di salute mentale di una comunità
dipende solo in piccola parte (10%) dalle risposte sanitarie (D.S.M., Età
evolutiva, M.M.G., psichiatri privati, ecc.)
E’ ipotizzabile che la salute mentale
di una comunità dipenda prevalentemente:
- Patrimonio genetico del singolo individuo; a tale
livello allo stato attuale non sono ipotizzabili interventi
- Condizioni ambientali in senso lato: economiche,
sociali ed ecologiche.
- Comportamenti di vita, a loro volta influenzati.
- Dalla cultura (individuale e collettiva) in salute
mentale della collettività.
Altre informazioni significative riguardano
i servizi psichiatrici, cioè i D.S.M.. Sono le seguenti:
- Il D.S.M. prende in carico mediamente il 2% dei
soggetti del suo territorio. E l’altro 18%?
- Molti problemi di salute mentale ricevono risposte
da servizi sanitari diversi dal D.S.M., da agenzie sociali, da professionisti
anomali (maghi, guaritori, ecc.) e frequentemente nessuna risposta.
- Molti pazienti giungono al D.S.M. già cronicizzati,
spesso per aver ricevuto trattamenti inefficaci in ambito privato.
- I trattamenti terapeutico – riabilitativi per i
pazienti gravi, specie se già cronicizzati sono lunghissimi, anche
molti anni, fino a dimenticare l’obiettivo finale, cioè la restituzione
sociale. La conseguenza è l’aumento di prevalenza d’intensità
variabile ma progressiva di tutti i D.S.M..
- Anche per un cambiamento di cultura, certo ancora
insufficiente ma comunque avvenuto, affluiscono al D.S.M.
p. non gravi anche della media borghesia.
- L’aumento di prevalenza produce saturazione del
D.S.M., cioè difficoltà a farsi carico di nuovi pazienti che
ne hanno bisogno, senza abbandonare quelli in trattamento e che hanno bisogno
di proseguirlo.
- Molti D.S.M. italiani lasciano ampia perplessità
sul piano dell’efficacia e della qualità degli interventi prodotti.
Specie dal punto di vista della deistituzionalizzazione bisognerebbe chiedersi
– e la risposta difficilmente sarebbe tranquillizzante – di quanta autonomia,
espressione di soggettività e potere reale beneficiano gli utenti dei
D.S.M..
Se i dati e le considerazioni esposte
sono vere, e non ci sono elementi, allo stato attuale, per pensare diversamente,
è evidente che la prassi dipartimentale debba essere profondamente ripensata,
quasi reinventata. La dimensione preventiva e di promozione della salute mentale
appare, nel processo di ripensamento dei servizi, fortemente significativa e
probabilmente irrinunciabile. In tale contesto tre condizioni appaiono pertinenti.
- Nella Sanità italiana coesistono due linee
di pensiero. Quella aziendale che ha come obiettivo la produzione di prestazioni
di qualità a basso costo. Quella di sanità pubblica che ha come
obiettivo promuovere e tutelare la salute mentale della comunità. Due
filosofie molto diverse, che applicate al sistema psichiatrico, produrranno
effetti ugualmente diversi. La prima filosofia postula un D.S.M. che produce
prestazioni di qualità per coloro che ne fanno domanda, in particolare
i p. gravi. La seconda postula un D.S.M. che si prende cura della salute dell’intera
comunità, gravi e non gravi, ponendosi in primo luogo il problema di
prevenire la sofferenza mentale e promuovere condizioni di vita che favoriscano
l’equilibrio psico – sociale dei membri della comunità. Non sembra
aver grande futuro il D.S.M. che si occupa di fornire prestazioni di qualità
per alcuni pazienti gravi, mentre altri gravi e non gravi si cronicizzano
e si disabilitano. Il modello di sanità pubblica, sembra l’unico in
grado, specie in termini prospettici, di garantire risultati positivi, anche
se il suo sviluppo postula una trasformazione della prassi dipartimentale:
interventi brevi e gruppali per i non gravi; auto – mutuo – aiuto; interventi
precoci ed intensivi per i gravi; superamento delle psicoterapie individuali
prolungate e strutturate; programmi intensivi di educazione alla salute mentale
della comunità; impegno nel sociale per contrastare la miseria ed implementare
la protezione dei soggetti deboli.
- Una moderna forma di riduzionismo nella gestione
e nella programmazione dei servizi di salute mentale è quella di pensare
che la "verità" è derivabile prevalentemente o peggio
esclusivamente dalla psichiatria basata sulle evidenze. Indubbiamente l’efficacia
pratica dimostrata da un intervento è un elemento forte di cui tenere
conto, pena il misconoscimento del sistema, accreditato nella comunità
scientifica internazionale, di crescita progressiva del patrimonio di conoscenze
da utilizzare per costruire programmi di assistenza sempre più efficaci
e di maggior qualità. Va però sottolineato, che nonostante la
vertiginosa crescita di meta - analisi (gli studi maggiormente dimostrativi),
attualmente la maggior parte delle evidenze (80%) riguardano l’efficacia di
alcuni psicofarmaci, che la percentuale degli interventi psichiatrici basati
su evidenze certe è però del 15%, e che il restante 85% degli
interventi si basa sulle proiezioni dell’efficacia dimostrata, ma anche su
valutazioni economiche e principalmente etiche. E in psichiatria, come ha
insegnato la storia dei trattamenti, l’ultima dimensione assume una rilevanza
quasi fondante. Non si può giungere al paradosso di tener conto di
uno studio clinico controllato e randomizzato che ha dimostrato che la contenzione
prona è più efficace di quella supina, quando il problema (di
natura etica) è quello di sviluppare trattamenti di elevata qualità
che permettano di non contenere nessuno.
Inoltre , per quanto cresca la
diffusione di riviste secondarie, di quelle riviste cioè che commentano
gli studi di efficacia pratica di maggior rigore ed utilità par i
"clinici", è obiettivamente difficilissimo diffondere tale
cultura tra gli operatori di base, in assenza di sintesi accreditate di
linee guida e protocolli, di facile fruizione ed utilizzazione.
In conclusione, pur augurandoci
l’individuazione di molti interventi di sicura efficacia pratica e di adeguate
"sintesi", realmente trasmissibili ed utilizzabili dagli operatori
sul campo, ancora per molto tempo, e specie in psichiatria, la qualità
di un programma d’intervento si baserà, su valutazioni di natura
etica.
- La psichiatria italiana ha una responsabilità
planetaria. Infatti il nostro paese ha abolito per legge ed in pratica il
manicomio ed il conseguente internamento, favorendo la nascita e lo sviluppo
di pratiche psichiatriche che svolgono assistenza senza ricorrere ad un istituto,
che nato per curare, ha prodotto aggravamento e cronicizzazione. Di conseguenza,
l’Italia è il luogo, unico al mondo, definibile Laboratorio Italiano
di salute mentale, dove è possibile immaginare pratiche innovative
e di reale promozione della salute mentale.
Finché sarà possibile
internare persone in manicomio è impossibile soltanto "parlare"
di prevenzione. L’Italia è dunque un’esperienza esemplare, che influenza
le politiche di salute mentale di tutto il mondo.
Amministratori ed operatori italiani
hanno dunque una responsabilità che trascende il nostro paese e sostiene
con la sua esemplarità, la linea dell’attuale Dipartimento della
Salute Mentale dell’Organizzazione Mondiale della Sanità, volto a
promuovere, pur tenendo conto di contesti diversissimi, reali politiche
di prevenzione e promozione della salute mentale in tutto il mondo.
- Le pratiche innovative di promozione della salute
mentale.
Nel gruppo di lavoro cinque linee
d’intervento, già parzialmente sperimentate, sono apparse particolarmente
significative:
- L’associazionismo dei pazienti. Un
nodo fondamentale del sistema italiano di assistenza psichiatrica è
che le associazioni dei familiari sono state le vere protagoniste del cambiamento
avvenuto dal 1978 ad oggi, mentre i diretti interessati, cioè i pazienti,
hanno purtroppo contato poco o nulla.
La forza delle associazioni dei
familiari è una specificità italiana, che per altro ha dato
i suoi frutti, ma ha sostenuto i propri interessi prevalenti: controllo
dei comportamenti devianti, come bilanciamento della liberalizzazione voluta
dalla 180 e riduzione del carico familiare. I pazienti non hanno avuto voce
e la follia è stata troppo spesso ridotta a semplice malattia da
curare, mentre alcuni motivi irrinunciabili come liberazione personale ed
autonomia sono stati sottovalutati o perfino dimenticati.
Il sistema italiano di assistenza
psichiatrica, se vuole svilupparsi equilibratamente ha bisogno di confrontarsi
direttamente con i bisogni, le esigenze, i desideri ed i diritti dei pazienti,
che devono essere in grado di esprimere con forza e credibilità il
loro punto di vista, impadronendosi del potere derivabile dall’associazionismo.
Paradossalmente i pazienti hanno
contato di più al tempo del concentrazionismo manicomiale, almeno
nelle esperienze dirette in senso antistituzionale, dove ricoprivano ruoli
di rilievo nelle assemblee di reparto e di ospedale. Il contributo dei pazienti
al cambiamento della vita in manicomio è stato in alcuni casi decisivo
e sempre significativo.
Durante gli anni ottanta, parallelamente
allo svuotamento degli O.P. molti pazienti sono diventati soci delle cooperative
sociali, dove però, tranne qualche eccezione, non hanno avuto un
ruolo realmente significativo nei consigli di amministrazione. L'’ndispensabile
equilibrio tra l'efficacia - efficienza della cooperativa ed una condizione
lavorativa compatibile con la fragilità dei pazienti è stato
prevalentemente mediato dagli operatori.
A metà degli anni novanta
è stato tenuto un grande convegno a Roma promosso dalla Cooperativa
"Franco Basaglia", dove realmente e per la prima volta i pazienti
sono stati i veri ed indiscussi protagonisti. Il significato di quel convegno
è stato enorme ed ancora oggi se ne colgono i frutti.
Qualche associazione di pazienti
comincia a nascere (vedi ad esempio in Puglia, in Friuli, la Rondine a Roma,
ecc.) ed in alcune consulte dipartimentali di salute mentale della Regione
Lazio sono presenti alcune rappresentanze di pazienti. Ancora troppo poco.
E’ soltanto l’inizio di un processo che si preannuncia però decisivo
per la creazione di sistemi d’intervento in salute mentale più innovativi
e rispettosi delle reali esigenze delle persone sofferenti.
- L’auto – mutuo – aiuto. Un
reale percorso di empowerment dei pazienti deve prevedere che ogni progetto
personalizzato si indirizzi verso una condizione gruppale. Probabilmente è
concluso il tempo della psicoterapia individuale strutturata e prolungata.
Il gruppo di psicoterapia o di discussione tende a proporsi come modello dominante
e probabilmente è più efficace e sicuramente più economico.
Il gruppo di psicoterapia o di discussione è il primo momento di aggregazione
verso l’auto – mutuo – aiuto e l’associazionismo. Si consigliano gruppi di
psicoterapia per patologia omogenea (depressione, anoressia, ecc.) o per condizione
esistenziale omogenea (casalinghe, giovani senza lavoro, ecc). Lo sviluppo
del gruppo di psicoterapia è il gruppo di auto – mutuo – aiuto, le
prime fasi del quale debbono essere promosse ed "assistite" dagli
operatori. L’operatore va però inteso come un facilitatore, disponibile
a porre in discussione il proprio potere di tecnico. L’obiettivo finale è
la motivazione politico – istituzionale del gruppo verso l’associazionismo,
la dimensione che restituisce reale potere ai pazienti. Il modo attraverso
cui il percorso di empowerment si declina nel D.S.M. deve essere diversificato
in relazione alla tipologia dei pazienti ed alle specificità delle
strutture costitutive del servizio. In conclusione l’associazionismo anche
organizzato in G.A.M.A. è il sistema con il quale i pazienti acquisiscono
il potere di essere ascoltati e di vedere rispettati i propri bisogni e diritti.
Il D.S.M. potrà migliorare la qualità
delle proprie prestazioni soltanto se sarà costretto a confrontarsi
con il punto di vista dei pazienti.
L’associazionismo articolato in
gruppi di auto – mutuo – aiuto è probabilmente una delle forme più
significative di naturale evoluzione delle lotte antistituzionali degli
anni sessanta e settanta; sicuramente antagonizza ogni tentativo di ridurre
la follia a semplice malattia ed è il presupposto di ogni pratica
di liberazione.
L’esperienza inglese dei gruppi
di ascoltatori di voci, condotta da un ex psichiatrizzato, è stata
citata come esemplare.
- La protezione dei soggetti deboli. Si
è già detto del significativo valore preventivo delle politiche
sociali che aumentano l’indice di sviluppo umano e che proteggono i soggetti
deboli della comunità. E’ talmente scontato che lo stesso Progetto
Obiettivo per la salute mentale 1998 – 2000 ha sancito il concetto di patto
per la salute mentale, inteso come costruzione di un progetto integrato di
salute che sfrutta sinergicamente , le risorse delle agenzie sanitarie e non,
della comunità. Di qui l’importanza delle politiche del tempo libero
e dello sport, finalizzato ad offrire opportunità ai giovani specie
nella parte civilmente e socialmente più degradata del nostro paese.
Particolarmente significativa è apparsa l’azione di coinvolgimento
di una polisportiva di Napoli che è riuscita ad offrire un’alternativa
agli adolescenti che vengono spinti dalla camorra ad abbandonare la scuola,
alla prostituzione, all’addestramento dei pitt – bull per feroci ed incivili
combattimenti, ecc., antagonizzando percorsi quasi obbligati, che conducono
alla criminalità e/o alla sofferenza mentale.
- La costruzione di una cultura "forte"
della salute mentale. Nonostante,
almeno in Italia, l’incivile indecenza dell’internamento manicomiale, è
o dovrebbe essere un ricordo, molti tecnici, alcuni servizi specializzati,
e di conseguenza i mass – media, propongono un’immagine ed una concezione
del sofferente mentale, come soggetto incomprensibile, pericoloso ed inguaribile.
Anche se i manicomi non ci sono più, permane una cultura arretrata
e sostanzialmente sbagliata dei problemi della salute mentale. E’ imperativo
contrastarla, costruendo progressivamente un nuovo modello culturale, la cui
utilità nella promozione della salute e nella prevenzione primaria
e secondaria dei disturbi mentali è indiscutibile. In particolare gli
obiettivi di una nuova e più efficace cultura della salute mentale
sembrano i seguenti:
- Superare i pregiudizi e quindi lo stigma che
comportano isolamento ed esclusione. Alcuni articoli di giornale, dove pazienti
psichiatrici sono protagonisti di crimini, più o meno gravi, sono
tecnicamente ed eticamente inaccettabili.
- Fornire conoscenze efficaci su come mantenere
e promuovere la propria salute mentale: la necessità di una figura
di riferimento, di una rete sociale, il coping, ecc.
- Fornire conoscenze e competenze di "autoterapia"
: igiene psico fisica, controllo dello stress, tecniche di rilassamento,
ecc.
- Infine insegnare come utilizzare i servizi di
salute mentale nel modo più appropriato possibile. Non ci si stancherà
mai di ripetere che, specie nelle grandi città, i disturbi mentali
si costruiscono attraverso percorsi di abbandono e/o di risposte inefficaci,
per giungere ai D.S.M. già cronicizzati, nell’ambito di un contesto
familiare stanco e sfiduciato.
La scuola è il luogo
di elezione per la costruzione di una solida ed efficace cultura della
salute mentale. E’ il luogo dove insegnanti, familiari e studenti (per
le scuole medie superiori), con l’aiuto ed il sostegno dei tecnici,
possono costruire le condizioni per educare i giovani a divenire cittadini
capaci di tutelare la propria salute psico fisica. Si noti che questo
appare l’unico sistema per arginare una spesa sanitaria, che le nuove
e sempre più costose tecnologie, renderanno insostenibili a breve
termine, anche per i paesi a più alto livello di sviluppo.
- Promuovere la salute mentale nei luoghi di lavoro.
Il luogo di lavoro insieme alla
famiglia è il contesto dove si svolge la parte più significativa
dell’esistenza di una persona. Spesso il lavoro è la principale fonte
di realizzazione e gratificazione di un individuo; la perdita del lavoro
produce incertezza economica, perdita dell’auto stima, impossibilità
di proiettarsi nel futuro e spesso anche colpa.
Spesso oggi, i luoghi di lavoro,
sono attraversati da fenomeni che mettono in discussione la salute mentale
degli individui: mobling, bossing, stress da iper produttività voluta
da un’interpretazione deteriore dell’aziendalismo. In Italia, recenti stime
affermano che almeno un milione di lavoratori hanno seri problemi di salute
mentale, in relazione alle loro condizioni di lavoro.
La legge 626 sulla prevenzione
nei luoghi di lavoro, viene applicata quasi sempre, tenendo conto della
salute fisica dei lavoratori, ma trascurando, cosa non meno importante,
una valutazione psico – relazionale che tenga conto della qualità
e tipologia dei compiti, dei rapporti gerarchici e del contesto relazionale.
Indubbiamente, in molti casi, la condizione di sofferenza mentale dipende
dalle condizioni di lavoro. Ed allora promuovere la salute mentale nei luoghi
di lavoro diviene una necessità irrinunciabile.
E’ stata proposta come esemplare
la vicenda dell’ILVA di Taranto. In tale contesto il bossing attuato dalla
proprietà è arrivato ad istituire una "palazzina di confino"
dove emarginare i dipendenti scomodi, ai quali non veniva permesso di svolgere
più alcun lavoro. Molti di tali lavoratori, in breve tempo, divennero
utenti del C.S.M. competente per territorio. E’ evidente che è più
economico ed efficace lavorare perché non si creino "palazzine"
che poi curare chi vi viene emarginato.