Congresso Nazionale di Psichiatria Democratica

Le pratiche oltre le parole: salute mentale, soggetti collettivi e politiche di liberazione

Vico Equense, 9/11 novembre 2000.

I nuovi soggetti del cambiamento

di Rocco Canosa

 

"Dopo numerosi incontri avvenuti nell’anno in corso un comitato di promotori (Franca Basaglia, Franco Basaglia, Domenico Casagrande, Franco di Cecco, Tullio Fragiacomo, Vieri Marzi, Gian Franco Minguzzi, Piera Patti, Agostino Pirella, Michele Risso, Lucio Schittar, Antonio Slavich) ha costituito a Bologna il primo nucleo di un gruppo denominato ‘Psichiatria Democratica’ ".

E’ l’inizio del documento programmatico di Psichiatria Democratica nel quale si legge: "Compito dell’operatore psichiatrico è riportare alla propria specificità un’istituzione e un rapporto che - sotto l’alibi di codificazioni scientifiche diverse- prevedono, invece, solo la genericità del controllo. Questo compito si attua attraverso la riappropriazione della funzione terapeutica specifica di organismi sanitari che non hanno mai svolto un ruolo terapeutico nei confronti della malattia mentale; e, al tempo stesso, attraverso una ‘depsichiatrizzazione’ di questi servizi, rendendo esplicito il processo repressivo e discriminante che essi attuano e che con la malattia non ha niente a che fare".

Era l’8 ottobre del 1973, la legge 180 era ancora lontana, ma le pratiche di smascheramento dell’imbroglio psichiatrico istituzionale erano ormai consolidate nelle cosiddette esperienze avanzate e già in questo brano si ritrovano i due poli tra i quali oscillerà tutta la pratica del movimento antistituzionale italiano: la valorizzazione dello specifico terapeutico, nel senso del ‘prendersi cura di’, e l’uscita dal ‘sistema psichiatria’ ritenuto repressivo e inadeguato, se usato da solo, a rispondere alla complessità della sofferenza.

L’entrata in vigore della nuova legge del 1978 segnava l’inizio per molti di noi di dure lotte contro l’ospedale psichiatrico e, di un faticoso lavoro nella costruzione dei nuovi servizi, dovendo, nello stesso tempo, fronteggiare il costante tentativo da parte delle lobbies pro-manicomio di farci tornare indietro: basti pensare che furono elaborati ben 14 progetti di legge di revisione più o meno radicale della ‘180’.

In questa fase che coincide con gli anni ’80, i servizi che più degli altri si sono distinti nelle pratiche di deistituzionalizzazione somigliano a ‘cittadelle’ da difendere dagli attacchi esterni. Servizi dove è possibile, però, che il malato sia riconosciuto più per il carico della sua sofferenza complessivamente intesa che per i suoi sintomi.

E’ il momento in cui operatori ed utenti possono incontrarsi, scontrarsi e progettare insieme: i servizi psichiatrici diventano ‘servizi di salute mentale’, in cui l’enfasi è posta sulla normalità, sulla valorizzazione delle risorse personali e del gruppo.

‘La presa in carico’ che negli anni ’80 rappresenta l’asse fondamentale delle pratiche dei nuovi servizi, ma che è prevalentemente giocata all’interno dei servizi psichiatrici, negli anni ’90 diventa la principale metodologia per attivare collegamenti, per intessere reti di supporto, per inventare interventi nel sociale allargato.

Ciò ha consentito l’affacciarsi sullo scenario sociale di nuovi soggetti (familiari, utenti, persone marginali), portatori di diritti.

Tale processo non è stato automatico. Infatti è stata l’attribuzione di senso, da parte dei servizi, al disagio come espressione di bisogni e di desideri di persone in carne e ossa a consentire che questi divenissero ‘soggetti’ propriamente intesi. L’enfasi sui loro diritti, la capacità dei servizi a renderli accessibili e fruibili ha offerto loro la possibilità di giocarsi le loro vite in un mondo più‘normale’ e meno ghettizzato.

Che altro è tutto questo se non riconoscere attivamente da parte dei servizi che gli utenti, i loro familiari hanno capacità e risorse, spesso nascoste ed impensabili, al di qua o al di là della loro malattia?

Insomma la lotta antistituzionale ha costretto i servizi a cambiar pelle.

Da un’idea di cambiamento spesso legata solo alla militanza o al carisma di pochi stiamo passando ad un ruolo di facilitatori di processi, ad una pratica che ci vede nelle vesti di chi è più attento all’empowerment che all’applicazione di modelli predefiniti.

Ciò è avvenuto e continua ad avvenire proprio in quei servizi che più degli altri sono entrati nella dinamica bisogni/diritti; in quelli che sono riusciti a far coesistere gli elementi del conflitto cura e tutela da una parte con i diritti antagonisti dall’altra; in quelli che non si sono arroccati nella pura ‘difesa del proprio sapere’, ma hanno aperto spazi di negoziazione tra istanze contraddittorie e di confronto tra saperi diversi. Hanno, così, contaminato gli assetti istituzionali più rigidi con le pratiche più articolate, avendo chiaro l’obiettivo più generale della lotta all’esclusione sociale.

Abbiamo continuato ad appassionarci nel dare dignità a chi si trova ai margini, a rendere visibili vecchie e nuove povertà, a ripartire dagli ultimi; ma anche a stare bene insieme a loro e far sì che abbiano, con noi, molti amici.

Siamo, dunque, molto convinti di dover strettamente legare, come Psichiatria Democratica due livelli dell’azione trasformatrice:

  1. il primo, dentro lo specifico della psichiatria è rappresentato dalla continua e caparbia azione di lotta alle istituzioni totali, alle concrete situazioni di neoistituzionalizzazione, alle nuove forme di esclusione:
  2. il secondo rappresenta l’interfaccia tra il servizio di salute mentale e la comunità: lo si ritrova in tutti quei luoghi, al confine con il servizio , in cui vanno emergendo nuovi soggetti (familiari, immigrati, adolescenti in difficoltà, anziani soli, donne ridotte in schiavitù ecc.) spesso esclusi dai diritti di cittadinanza e lo si pratica e lo si costruisce nel lavoro di rete, in cui la presenza delle reti naturali ed informali(famiglia, amici, parenti), del volontariato delle associazioni, delle cooperative sociali, delle associazioni di utenti e di familiari, dei gruppi di self-help è sempre più evidente.

"Nel complesso emerge una pluralità e un’articolazione di ambiti operanti per produrre e distribuire servizi assai più ricca che nel passato. Accanto a modalità più tradizionali, certamente ancora presenti, si sviluppano modalità alternative, prendono corpo sperimentazioni, ed invenzioni sociali che non solo introducono nuove modalità di risposte ai bisogni, ma affermano nuove culture dei bisogni e dei diritti ed ampliano il repertorio sinora utilizzato dei possibili modi di porsi sulla scena sociale".

La maggior parte degli operatori dei servizi psichiatrici ha due generi di difficoltà:

la prima è quella per cui, pur condividendo il senso e gli aspetti più qualificanti della riforma psichiatrica, si trovano talmente impigliati nelle rete, questa sì soffocante, dei dialetti psy, che non riescono ad andare oltre i limiti culturali e fisici del proprio servizio;

l’altra consiste nella scarsa capacità di misurarsi con le situazioni di "confine" del servizio, prima descritte, ritenendole "non di competenza", rimandandole ad un "dove" indefinito o delegandole ad un mitico "volontariato".

Tale difficoltà diventa allora complicità più o meno palese con chi attacca le conquiste dello stato sociale.

Lavoro di rete, dunque, diretto a favorire connessioni tra i vari soggetti concretamente coinvolti nell’aiuto ad una singola persona o ad una categoria di persone con problemi: mettere insieme le forze in campo produce, infatti, un’energia aggiuntiva.

Allora Psichiatria Democratica deve essere, per noi, l’interfaccia tra i servizi e la comunità intesa come l’insieme reticolare di persone portatrici di distinti bisogni.

Non più Psichiatria Democratica espressione delle problematiche legate solo alla salute mentale, ma cassa di risonanza d’esigenze e conflitti in seno alla collettività; non più presente solo negli apparati vecchi e nuovi della psichiatria, ma dentro le situazioni dell’esclusione: Psichiatria Democratica, allora, che pur non rinunciando a porre al primo posto il valore delle pratiche dei servizi, ne oltrepassa l’ambito.

Con questo nostro incontro nazionale vogliamo ribadire, in ogni caso il primato della pratica, in un momento in cui i linguaggi della psichiatria sono diventati molto simili tra loro e si stanno omogeneizzando a tal punto che ognuno diventa poi libero di far quel che vuole.

Parole come riabilitazione, prevenzione, rete, integrazione, partecipazione e altre sono scatole vuote se non sostanziate da azioni concrete dirette all’emancipazione delle persone, all’esercizio della libertà, (per Kant ‘pratico’ è tutto ciò che è possibile per mezzo della libertà").

"Certo il rischio del nostro agire - dice Franco Basaglia- è quello di fare dell’empirismo, che facilmente può diventare una forma di semplice pragmatismo. Questa è una nostra preoccupazione costante. Del resto non è ben chiaro, nella situazione attuale, che cosa si dovrebbe trasmettere. Io credo che tutti i problemi che riguardano la produzione scientifica e la trasmissione delle conoscenze, così come sono posti, sono molto illuministi, molto idealisti e molto poco dialettici.

Quando si dice, ad esempio, che bisogna trasmettere qualcosa, è il contenuto delle esperienze quello che andrebbe trasmesso. Ma se io non riesco a percepire che cos’è la soggettività del contenuto trasformato , io non posso che trasmettere parole prese a prestito da altri, o la mia impotenza (e dato appunto che sono impotente ad incidere sulla realtà, posso sempre scrivere libri). …

Io dunque non posso trasmettere cultura nuova, perché siamo tutti immersi nella cultura che abbiamo ideologicamente assorbito dal momento che non l’abbiamo cambiata, perché è la realtà che non è cambiata. C’è d’altra parte una diffusa tendenza e volontà di produrre cultura, riflessioni, tecnica, scienza; secondo me si tratta solo di un’esasperata ricerca di produrre a tutti i costi qualcosa, ma questo qualcosa non viene alla luce. Non si produce niente di significativo, perché manca la possibilità di un aggancio ad una realtà culturale precedente sulla quale poter innestare un discorso riferito alla pratica esistente..

Il pericolo, nella situazione attuale, è che tutta questa esasperata volontà di produrre cultura finisca per produrre solo un aumento di ideologia. Sono ben consapevole che queste mie affermazioni possono sembrare ancora una volta una sorta di autogiustificazione, so molto bene che sarà facile a questo punto dirmi ancora che sono naïf, che non crede nella cultura e che elude il problema della scienza e delle conoscenze.

Ma questo è veramente quello che penso: non credo si faccia cultura scrivendo libri, si fa cultura soltanto nel momento in cui si cambia la realtà.".

La citazione di Franco (una conversazione sulla "180") non necessita di commento.

Vorrei solo aggiungere che un indicatore di una buona pratica è quello che ci consente di valutare quanto questa sia stata capace di trasformare la realtà: quanto, cioè, abbia una valenza "politica" , orientata agli interessi della "polis" in senso "etico- pratico".

Rilanciare il ruolo "politico" di P.D., nel momento in cui da tempo molti si mostrano rassegnati di fronte alla omologazione della politica e della culture, significa allora mettere in campo azioni trasformatrici radicali: delle istituzioni, dei servizi, delle relazioni cosiddette" terapeutiche", dei rapporti sociali, dei rapporti di produzione e riproduzione; senza dimenticare di ripartire sempre dal più grave, dall’ultimo, dallo spessore dei suoi bisogni, dalle sue paure, dai suoi fallimenti

Nel nostro lavoro abbiamo imparato che l’efficacia delle nostre azioni è direttamente proporzionale al quantum della dimensione affettiva positiva delle relazioni.

Ci interessano più gli sguardi, che i sintomi, più i sorrisi che le diagnosi, più le lacrime che le ricette. Per noi è importante l’ascolto di tutte le forme sovradeterminate, sovrapposte, contraddittorie, di tutte le forme che sovvertono la legge dell’ascolto diretto, a senso unico, predeterminato nelle regole neutrali. "Non è possibile immaginare una società libera se si accetta che in essa siano mantenuti gli antichi luoghi d’ascolto: quelli del credente, del discepolo, del paziente" (R. Barthes).

Se da una parte viene messa in crisi la distanza curante/curato, arco di volta di tutta la medicina ippocratica e di tutte le psichiatrie, dall’altra deve rimanere alta la consapevolezza che la relazione con chi sta male non è un rapporto tra "anime belle", che in ogni caso si situa all’ interno di un oggettivo scarto di potere.

La relazione si dipana dentro questa contraddizione, ma il mettersi in gioco come persone libera energie ed invenzioni irrealizzabili all’interno dei ruoli istituzionali ingessati.

L’attenzione per l’organizzazione dei servizi, che ci ha caratterizzato da sempre, non va considerato come atteggiamento burocratico- istituzionale, ma come possibilità di costruire luoghi in cui ognuno possa scambiare con l’altro, in cui possa costruire e decostruire relazioni senza il timore di essere giudicato o, peggio, "valutato" per la funzione che svolge.

Il lavoro dentro e contro il manicomio ci ha insegnato che bisogna lavorare dentro le istituzioni per superarle.

Se ieri abbiamo lottato contro il manicomio, oggi dobbiamo lottare per la dissoluzione della psichiatria, intesa come apparato di strutture specifiche e tecnici specializzati.

Case- famiglia, strutture residenziali, centri diurni, SPDC, CSM ecc.: tutte strutture che abbiamo voluto fortemente e che è giusto che continuiamo a volere nelle realtà con scarse risorse.

Ma nel momento in cui le realizziamo, già il giorno dopo dobbiamo chiederci come fare per superarle. Continua, così, il lavoro di deistituzionalizzazione.

Per esempio è possibile che un centro diurno sia gestito direttamente dagli utenti?

E’ possibile che si attivi un affido etero- familiare in alternativa alle case- alloggio?

E’ possibile che siano i familiari e gli utenti portare avanti una struttura residenziale?

Ed ancora: è possibile che un medico di medicina generale possa occuparsi da solo di un paziente grave?

E’ possibile che negli SPDC i ricoverati, anche in TSO, oltre a non essere legati e imbottiti di farmaci, possano partecipare ad attività di socializzazione e di riabilitazione al di fuori di esso?

E’ possibile fare a meno degli SPDC totalmente, con un servizio territoriale aperto 24 ore?

E’ possibile che cittadini senza alcuna specializzazione psy, ma con grandi capacità di stabilire relazioni positive con chi sta male, siano coinvolti in programmi riabilitativi?

Io dico che tutto questo non solo è possibile, ma è già praticato in tante realtà italiane.

Il problema che spesso non si attribuisce il giusto valore soprattutto da parte degli specialisti del mondo della psichiatria, troppo spesso preoccupati a difendere le loro posizioni di micro o macro poteri.

L’attenzione e il sostegno a tutte queste esperienze, talvolta consolidate, altre volte puntiformi, ci differenzia dalle Società dei professionisti o dagli ordini professionali, molto più impegnati a rafforzare il loro ruolo politico- culturale all’interno della collettività attraverso la messa a punto di strutture ed attività di "prevenzione, cura e riabilitazione" –come recitano le leggi- ma che si rivelano sempre più strumenti di controllo e di repressione.

Dissoluzione della psichiatria, allora, come

Se vi piace, può essere il programma, a grandi linee, di P.D. che pone l’accento sui percorsi di normalità, che vuol battersi per trasformazioni strutturali degli apparati della psichiatria ma che non dimentica il punto di partenza della sua storia e della sua pratica attuale: la difesa della diversità.

Non è una scelta facile, né immediatamente comprensibile. Non lo è stata, nel passato, neanche per i settori politici e sindacali più progressisti, i quali, impegnati a difendere l’occupazione avevano difficoltà a capire che la costruzione di una società civile non può non partire dal sostegno ai più deboli; non è stata facile per molti addetti ai lavori, sempre più in cerca di soluzioni tecniche sbrigative dei conflitti dell’uomo o dispersi in analisi troppo complessive, ideologiche e perciò inefficaci.

Ma non lo è neanche per noi, davanti ai cui occhi, quotidianamente sono presenti storie di violenza, miseria e solitudine, coesistenti all’opulenza esibita di città lustrinate, i cui poteri tendono a relegare nei ghetti le persone più svantaggiate o a rinchiuderli nei nuovi manicomi, che non si chiamano più così, ma comunità, pensionati, residenze assistite: luoghi solo un po’ più puliti dei vecchi lager, nei carceri negli ospedali psichiatrici giudiziari.

E così la diversità, ancora una volta è tenuta fisicamente lontana dalla brava gente e dai buoni propositi.

Però noi vogliamo continuare a scandalizzarci: i nostri utenti sono diversi non tanto perché "strani", ma perché deboli. Non interessano a nessuno: scorie, scarti, variabili ininfluenti di una società "affluente".

Ma noi vogliamo essere con loro: è la nostra maniera si scandalizzarci e fare scandalo: negli incontri quotidiani, negli scontri difficili, nel rapporto d’ascolto reciproco, nel farci mettere continuamente in discussione da loro, come tecnici, come uomini, come donne; nel creare spazi in cui sia possibile che gli sguardi si incontrino, i corpi si tocchino, le paure si diluiscano, nel lasciarci contaminare e progettare insieme pezzi di vita.

Con loro è possibile cambiare.

Vico Equense, 9.11.2000

Rocco Canosa