IL «CASO» ROMA
«Un
Ostello
dove prima
era il Niente»
C'era una goccia nuda/appesa al pavimento/come una macchia
vuota/nel tuo discernimento/che vangava la terra/come ala
di orizzonte/densa di
millepiedi/.
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Siamo tra le poche
Giunte comunali che hanno investito sulla chiusura dei
manicomi e sulle strutture intermedie». Giusy Gabriele fa
l’assessore al Comune di Roma. Contro le malattie mentali
il suo, da sempre, è un impegno concreto. Dice: «Abbiamo
anticipato la legge sull’assistenza, oggi a Roma esistono
una trentina di centri diurni e una trentina di residenze,
le cui spese sociali sono a nostro carico. In tali
strutture vivono circa mille utenti. Ora, con la nuova
legge, tutte le amministrazioni possono fare altrettanto».
Il vecchio Manicomio, quello di Santa Maria della Pietà, è
chiuso per sempre. E al suo interno è sorto, curato e ben
tenuto da una cooperativa integrata, un Ostello per i
ragazzi. 25 miliardi, è costato. Fondi del
Giubileo.Funziona alla grande.
Mai isolarsi - Napoli,
ospedale psichiatrico «Leonardo Bianchi», anno di apertura
1905. Un Falansterio. Con tanto di forno per cuocere il
pane, la bottega del fabbro ferraio, grandi cisterne per
contenere l'acqua piovana. Fuori, il mondo. Irraggiungibile
e ostile. Lo psichiatra Sasà Di Fede, con la cooperativa
l'Aquilone, gestisce per conto della Asl Caserta Uno la
casa-famiglia di Vallo di Maddaloni, 2500 abitanti,
coltivazioni e aria pura. Di «case» ce ne sono altre
quattro, in quest'area che sembra aver capito meglio di
altre come stanno le cose. Racconta Di Fede: «Avevo
lavorato al Bianchi: sapevo perciò tutto quel che non
bisogna fare quando si fa salute mentale. Prima regola: non
isolarsi».
La Stanza della Memoria - Il racconto
continua: «Decidemmo di partecipare alla Sagra della mela
annurca, che ogni anno si tiene in zona. Lo facemmo creando
una Stanza della Memoria, uno stand allestito dai nostri
ricoverati dove chiunque poteva guardare, affisse ai
pannelli, le foto degli anziani del paese che erano
emigrati. Mescolammo quelle foto ai volti dei nostri
degenti. Il nostro fu lo stand più visitato: la gente aveva
saputo riconoscere la sua diversità. Da allora, era il '98,
ci siamo integrati alla grande».
Raccolta di firme -
Storie di vita, tante. La moglie del farmacista racconta:
«Mio marito fu ucciso da un matto tanti anni fa, a pochi
passi da casa. Quando si seppe della Casa-famiglia mi
affrettai a raccogliere le firme per dire no
all’insediamento. Due anni dopo, però, ho promosso una
petizione per impedire che una ricoverata non residente
venisse trasferita: non potete mandarla via - ho scritto -
perchè è lei che ci aiuta a tener pulita la chiesa. E io le
voglio bene».
Mercatino dell’usato - E poi c'è chi la
mattina va in fabbrica, assunto come operaio dopo aver
fatto amicizia con i futuri padroni al mercatino
dell'usato, dove da due anni gli ex matti vanno a vendere
la loro mercanzìa. E ancora: a Vallo di Maddaloni non
esisteva cinema. Ora c'è, grazie ai film che quelli della
casa-alloggio proiettano nella grande sala trasformata in
centro sociale. Qui trovi bambini che giocano al
bigliardino. E i «normali» che imparano a far teatro dagli
ex matti. E la cucina interna che regala odori di pasta e
patate e il piacere immenso, dopo, di dover lavare i
piatti. Altro che le gelide vaschette in cui mangi
all’ospedale. Altro che paura di chi è diverso da
te.
Lacrime agli occhi - Allertati da chissà chi, i
Carabinieri dei Nas corsero subito «a controllare». Se ne
andarono con le lacrime agli occhi, strabiliati da
quell'atmosfera. Psichiatri? Se ne vedono pochi. A Vallo di
Maddaloni lavorano i medici di famiglia. E gli infermieri
sono in realtà operatori sociali. Dice Di Fede: «Le
terapie? Sono di tipo geriatrico. Psicofarmaci? Pochi. Il
nostro cruccio sono i posti letto: pochi. Restano fuori i
più giovani, che cerchiamo di assistere andando a trovarli
a casa».
L’orologio del campanile - Esperienza choc,
questa di Maddaloni. Terapeutica per chi ancora parla di
Utopia. Se una vecchia degente muore, le donne del paese
corrono alla «Casa» per recitare il Rosario. Ogni mattina,
qui a Vallo, un ex matto sale su al campanile: ha il
compito di rimettere in moto l'orologio della chiesa madre.
Tic tac, fanno le lancette. Ed è lui, l'ex matto, a imporre
i ritmi. A battere il tempo della Comunità.