Storia di Franco, psicotico,
«guarito» dal condominio
Spazio datemi spazio/ch’io lanci un urlo inumano/quell’urlo
di silenzio negli anni/che ho toccato con
mano/
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Secondigliano è all’avanguardia.
Abbiamo azzerato i ricoveri previsti dal trattamento
sanitario obbligatorio. Solo raramente ricorriamo alle due
cliniche della zona: la «Camaldoli» e la «Colucci».
Sappiamo che, una volta entrati lì, è come una condanna a
vita. Però combattiamo contro l’uso oggi indiscriminato
delle nostre parole d’ordine: le usano in troppi, per poi
non metterle in pratica»: Fedele Maurano fa lo psichiatra
tra le macerie. Qui gruppi di volontari ogni mattina
accompagnano all’asilo i bambini delle famiglie «con
disagio». E corrono alla Posta a riscuotere le pensioni.
«Mai medicalizzare», è lo slogan più sentito. E al centro
arriva la folla di quelli senza potere. Dice Maurano:
«Ovunque i gruppi più vulnerabili sono i più vulnerati. Chi
ha un reddito più basso, ha speranze di vita più limitate.
E la dignità sempre ferita. I nostri nemici? Quelli che
affidano l’assistenza a soggetti privati che non sono in
grado di garantirla». Convenzioni accettate a prezzi
stracciati e operatori pagati diecimila lire all’ora:
succede per molte, troppe case di accoglienza e per troppi
ospizi. Il risultato? La qualità del servizio è scadente.
«La verità - denuncia Maurano - è che ancora oggi intorno
alla psichiatria c’è il vuoto di investimenti. Meglio,
dicono, delegare il problema a chi capita. Meglio ancora se
costa poco». E Renato Donisi, che opera nella «167»: «Una
nostra auto gira costantemente per le strade del quartiere:
non solo per assistere a casa i ragazzi psicotici, ma anche
per prelevare e accompagnare al Centro i vecchietti che da
soli non ce la fanno. Ma nei condomìni privati di Scampìa
le persone vivono come pesci fuor d’acqua. E spesso
crollano, divorati dalla
solitudine».
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Storia di Franco - «Mi
chiamo Franco. Franco Paìno. Ho 42 anni. Mamma mia era
psicotica. Pure io sono psicotico. Gravissimo. Ero ridotto
a una larva, ma ad aiutarmi è stato il condominio. Spesso i
vicini mi preparano da mangiare, passano con me le serate
in casa. La solitudine è un brutto ricordo. Io sono matto,
però mi domando: quelli del Centro di salute mentale sono
sempre qui, ma gli altri dove stanno? Una mattina i
professori del Primo policlinico vennero a prendermi a casa
per sottopormi ai test. Nemmeno un caffè, mi
offrirono...»
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Legati ai letti - Dalla
periferia alle zone interne. Antonio Musto fa salute
mentale in Valle Caudina: «La cultura contadina è
tollerante. E non fa fatica a trovare il contatto con le
istituzioni. Però, specie nella aree di montagna, la paura
del diverso è ancora forte. Insisto: il malato mentale
riesce a liberarsi solo se intorno a sè cresce un
territorio privo di stereotipi». Come a Livorno, per
esempio. Qui Mario Ferrano fa il primario. È un pugliese di
Martinafranca, tra gli animatori della «famosa» equipe
psichiatrica di Arezzo che 23 anni fa sperimentava le
«pazzìe» di Franco Basaglia prima che la legge ne sancisse
la liceità. Racconta Ferrano: «Meritoria fu la scelta del
Governo Prodi di penalizzare quelle Regioni che non si
mostravano in grado di elaborare seri progetti
post-manicomio. Oggi? Il problema è che troppi Centri
restano aperti solo per sei ore al giorno. E poi, certi
stili di lavoro: in troppi preferiscono aspettare i malati
invece di andarseli a cercare».
- E a Livorno, come
va?
«Siamo aperti anche a Natale».
- E
poi?
«Lavoriamo con i senzatetto, con i drogati, con
tutti gli esclusi»
- Tutto bene, allora?
«In alcuni
centri di diagnosi e cura ancora si legano i pazienti ai
letti».
- E al Sud?
«Negli anni ’90 a Caltagirone
c’erano già 15 case alloggio».
- E in Sicilia?
«Ce
n’erano solo venti. Comprese quelle di Caltagirone».
-
Che fare, allora?
«Una battaglia per allargare il
coinvolgimento di nuovi soggetti. La salute mentale non sia
più contro, ma per».
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Sono nata il 21 a
primavera/ma non sapevo che nascere folle/aprire le
zolle/potesse scatenar
tempesta/
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Ragazzi abbandonati - Non più
«contro», ma «per». C’è un luogo, in Italia, dove già alla
fine degli anni ’80 i manicomi li chiudevano senza troppe
storie. Tutti fuori, i degenti. Oggi a Imola esistono 25
case-residenza. E gli operatori vantano un’esperienza unica
in Italia. Il manicomio - qui - è cosa sepolta per sempre.
Dice Ernesto Venturini, che fa il primario psichiatra e sa
restare con i piedi per terra: «Abbiamo dimostrato che
liberare i malati mentali non solo non è utopia, ma può
essere metodo non limitato a esperienze esemplari».
-
Che cosa resta da fare?
«Bisogna chiudere i manicomi
giudiziari e le case di cura private».
- Poi?
«In
alcune residenze i processi di rinnovamento sono avvenuti
troppo in fretta. C’è il rischio di involuzione».
-
Anche di controriforma?
«No, il passato è chiuso:
viviamo problemi del presente».
- Su che cosa
puntare?
«La vera battaglia sarà sulla
prevenzione».
- Cioè sui ragazzi?
«Sì. Sono i più
abbandonati».
- La scuola che fa?
«Poco. Pensiamo a
Piani per la salute mentale decisi a livello locale con la
partecipazione di tanti soggetti».
- Tra cui la
scuola?
«Soprattutto la scuola».
La Consulta di
Treviso - Utopie? Non scherziamo. C’è chi, come Guido
Pullìa, primario al Dipartimento di salute mentale di
Treviso, simili esperienze le sta già vivendo: «Qui - dice
- sono nate Case alloggio e centri di salute mentale aperti
senza sosta. È in corso il progetto Restitutio, che
coinvolge cooperative. E il progetto Dale, che ha già
inserito venti ex matti in aziende normali. Ma soprattutto
è nata la Consulta per la salute mentale».
- Chi ci
partecipa?
«Caritas, Associazioni dei familiari, utenti
e mille altri soggetti».
- Lo scopo?
«Dire basta,
ma davvero, alla contenzione fisica e all’elettroshock.
Pretendiamo trasparenza. E concretezza. Da tutti».
Il
manicomio in testa - Dice Giuseppe Ortano, psichiatra che
opera nell’Aversano: «Se uno ha il manicomio in testa, se
lo porta dappertutto. Stamattina mi hanno avvertito che un
detenutodi Roma ha ottenuto una licenza sperimentale:
dovrebbe tornare a Roma, invece lo hanno spedito a
Castevolturno. In una Comunità per handicappati». E
Raffaella Ferruccio, psichiatra a Piedimonte Matese: «Tanti
passi avanti, sì. Ma c’è una sensazione di ritorno al
manicomio. È urgente rafforzare i servizi sul territorio,
fornendo agli operatori strumenti più adeguati».