Martedì 7 Novembre 2000

Storia di Franco, psicotico, «guarito» dal condominio

Spazio datemi spazio/ch’io lanci un urlo inumano/quell’urlo di silenzio negli anni/che ho toccato con mano/
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Secondigliano è all’avanguardia. Abbiamo azzerato i ricoveri previsti dal trattamento sanitario obbligatorio. Solo raramente ricorriamo alle due cliniche della zona: la «Camaldoli» e la «Colucci». Sappiamo che, una volta entrati lì, è come una condanna a vita. Però combattiamo contro l’uso oggi indiscriminato delle nostre parole d’ordine: le usano in troppi, per poi non metterle in pratica»: Fedele Maurano fa lo psichiatra tra le macerie. Qui gruppi di volontari ogni mattina accompagnano all’asilo i bambini delle famiglie «con disagio». E corrono alla Posta a riscuotere le pensioni. «Mai medicalizzare», è lo slogan più sentito. E al centro arriva la folla di quelli senza potere. Dice Maurano: «Ovunque i gruppi più vulnerabili sono i più vulnerati. Chi ha un reddito più basso, ha speranze di vita più limitate. E la dignità sempre ferita. I nostri nemici? Quelli che affidano l’assistenza a soggetti privati che non sono in grado di garantirla». Convenzioni accettate a prezzi stracciati e operatori pagati diecimila lire all’ora: succede per molte, troppe case di accoglienza e per troppi ospizi. Il risultato? La qualità del servizio è scadente. «La verità - denuncia Maurano - è che ancora oggi intorno alla psichiatria c’è il vuoto di investimenti. Meglio, dicono, delegare il problema a chi capita. Meglio ancora se costa poco». E Renato Donisi, che opera nella «167»: «Una nostra auto gira costantemente per le strade del quartiere: non solo per assistere a casa i ragazzi psicotici, ma anche per prelevare e accompagnare al Centro i vecchietti che da soli non ce la fanno. Ma nei condomìni privati di Scampìa le persone vivono come pesci fuor d’acqua. E spesso crollano, divorati dalla solitudine».
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Storia di Franco - «Mi chiamo Franco. Franco Paìno. Ho 42 anni. Mamma mia era psicotica. Pure io sono psicotico. Gravissimo. Ero ridotto a una larva, ma ad aiutarmi è stato il condominio. Spesso i vicini mi preparano da mangiare, passano con me le serate in casa. La solitudine è un brutto ricordo. Io sono matto, però mi domando: quelli del Centro di salute mentale sono sempre qui, ma gli altri dove stanno? Una mattina i professori del Primo policlinico vennero a prendermi a casa per sottopormi ai test. Nemmeno un caffè, mi offrirono...»
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Legati ai letti - Dalla periferia alle zone interne. Antonio Musto fa salute mentale in Valle Caudina: «La cultura contadina è tollerante. E non fa fatica a trovare il contatto con le istituzioni. Però, specie nella aree di montagna, la paura del diverso è ancora forte. Insisto: il malato mentale riesce a liberarsi solo se intorno a sè cresce un territorio privo di stereotipi». Come a Livorno, per esempio. Qui Mario Ferrano fa il primario. È un pugliese di Martinafranca, tra gli animatori della «famosa» equipe psichiatrica di Arezzo che 23 anni fa sperimentava le «pazzìe» di Franco Basaglia prima che la legge ne sancisse la liceità. Racconta Ferrano: «Meritoria fu la scelta del Governo Prodi di penalizzare quelle Regioni che non si mostravano in grado di elaborare seri progetti post-manicomio. Oggi? Il problema è che troppi Centri restano aperti solo per sei ore al giorno. E poi, certi stili di lavoro: in troppi preferiscono aspettare i malati invece di andarseli a cercare».
- E a Livorno, come va?
«Siamo aperti anche a Natale».
- E poi?
«Lavoriamo con i senzatetto, con i drogati, con tutti gli esclusi»
- Tutto bene, allora?
«In alcuni centri di diagnosi e cura ancora si legano i pazienti ai letti».
- E al Sud?
«Negli anni ’90 a Caltagirone c’erano già 15 case alloggio».
- E in Sicilia?
«Ce n’erano solo venti. Comprese quelle di Caltagirone».
- Che fare, allora?
«Una battaglia per allargare il coinvolgimento di nuovi soggetti. La salute mentale non sia più contro, ma per».
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Sono nata il 21 a primavera/ma non sapevo che nascere folle/aprire le zolle/potesse scatenar tempesta/
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Ragazzi abbandonati - Non più «contro», ma «per». C’è un luogo, in Italia, dove già alla fine degli anni ’80 i manicomi li chiudevano senza troppe storie. Tutti fuori, i degenti. Oggi a Imola esistono 25 case-residenza. E gli operatori vantano un’esperienza unica in Italia. Il manicomio - qui - è cosa sepolta per sempre. Dice Ernesto Venturini, che fa il primario psichiatra e sa restare con i piedi per terra: «Abbiamo dimostrato che liberare i malati mentali non solo non è utopia, ma può essere metodo non limitato a esperienze esemplari».
- Che cosa resta da fare?
«Bisogna chiudere i manicomi giudiziari e le case di cura private».
- Poi?
«In alcune residenze i processi di rinnovamento sono avvenuti troppo in fretta. C’è il rischio di involuzione».
- Anche di controriforma?
«No, il passato è chiuso: viviamo problemi del presente».
- Su che cosa puntare?
«La vera battaglia sarà sulla prevenzione».
- Cioè sui ragazzi?
«Sì. Sono i più abbandonati».
- La scuola che fa?
«Poco. Pensiamo a Piani per la salute mentale decisi a livello locale con la partecipazione di tanti soggetti».
- Tra cui la scuola?
«Soprattutto la scuola».
La Consulta di Treviso - Utopie? Non scherziamo. C’è chi, come Guido Pullìa, primario al Dipartimento di salute mentale di Treviso, simili esperienze le sta già vivendo: «Qui - dice - sono nate Case alloggio e centri di salute mentale aperti senza sosta. È in corso il progetto Restitutio, che coinvolge cooperative. E il progetto Dale, che ha già inserito venti ex matti in aziende normali. Ma soprattutto è nata la Consulta per la salute mentale».
- Chi ci partecipa?
«Caritas, Associazioni dei familiari, utenti e mille altri soggetti».
- Lo scopo?
«Dire basta, ma davvero, alla contenzione fisica e all’elettroshock. Pretendiamo trasparenza. E concretezza. Da tutti».
Il manicomio in testa - Dice Giuseppe Ortano, psichiatra che opera nell’Aversano: «Se uno ha il manicomio in testa, se lo porta dappertutto. Stamattina mi hanno avvertito che un detenutodi Roma ha ottenuto una licenza sperimentale: dovrebbe tornare a Roma, invece lo hanno spedito a Castevolturno. In una Comunità per handicappati». E Raffaella Ferruccio, psichiatra a Piedimonte Matese: «Tanti passi avanti, sì. Ma c’è una sensazione di ritorno al manicomio. È urgente rafforzare i servizi sul territorio, fornendo agli operatori strumenti più adeguati».