Venerdì 10 Novembre 2000

 

Psichiatria Democratica si confronta nella memoria
Dopo la riforma il rilancio: metodo e impresa sociale

DALL'INVIATO A VICO EQUENSE
ENZO CIACCIO
Spiacente, volevo esserci. Però vi auguro di divertirvi. Come matti. Firmato: Francesco Paolantoni, che strappa un sorriso da comico intelligente a una platea attenta e severa. Poi, coordinati dal giornalista Rai Giuseppe Mariconda, si entra subito nel vivo. Battersi per le Città Sociali, contro la burocrazia e i tecnicismi che non si prendono cura del malessere metropolitano ma tendono ad espellere chi da solo "non ce la fa". Città sociali, in cui una "rete" di presenze qualificate sostenga chi è colpito dal cosiddetto mal di vivere per aiutarlo ad uscire dal disagio riconquistando la sua preziosa, quotidiana dose di "normale felicità".


Lanciato con determinazione nella relazione introduttiva dal segretario nazionale, il napoletano Emilio Lupo, ribadito dal responsabile Salute mentale della Asl territoriale, Franco Della Pietra, il tema - tutto sociale e politico - delle "Città sociali" già si delinea come nevralgico per il dibattito che si sta sviluppando a Vico Equense nell'ambito del congresso Nazionale di Psichiatria democratica in corso a Palazzo Giusso. Dopo il saluto del sindaco, Antonino Savarese, anche Rocco Canosa, presidente, nel suo intervento ha scelto il taglio della più avanzata modernità. Unica, voluta "concessione": il ricordo della data in cui Psichiatria democratica venne fondata. Era l'8 ottobre 1973.

Quando i manicomi ancora erano tutti aperti. Quando un medico di nome Franco Basaglia, cui il congresso è dedicato a vent'anni dalla scomparsa, già battagliava per decretarne la chiusura. "Oggi - ha detto Canosa - bisogna ancora combattere contro le nuove forme di esclusione e contro quei luoghi dove si tenta di riproporre la logica dei manicomi". Il nuovo ruolo di Pichiatria democratica - secondo Canosa - va perciò individuato nella sua capacità di porsi come "interfaccia tra i servizi di salute mentale e la comunità": "Stando ben attenti - ha aggiunto - al pericolo, oggi incombente, di far confusione tra parole e pratica. In troppi dicono di condividere i nostri slogan, ma non tutti poi li tramutano davvero in metodo per fare buona salute mentale". Fiato lungo, nervi saldi, voglia di schierarsi dalla parte giusta e senza tentennamenti: questi, per il segretario Emilio Lupo, i "caratteri" storici di Psichiatria democratica, quelli che hanno in questi anni garantito risultati concreti, primo fra tutti quello - epocale - della chiusura dei manicomi.
Il metodo, dunque: sia, avverte il segretario, un "rincorrersi incessante di pratica e di teoria, ricominciando ogni volta dove si è stati costretti a fermarsi". Da Caltagirone a Trieste, in tante città - dice Lupo - abbiamo raggiunto traguardi importanti.

Oggi il sito Internet, appena nato, potrà offrire unitarietà a questa messe di iniziative. E ancora: "Siamo stati coerenti - dice - ma la coerenza costa. Costa sempre. Restiamo convinti che nel campo della salute mentale non basta aprire contraddizioni, bisogna anche trovare i modi per governarle". Come? Anche, per esempio, mantenendo viva la memoria dei manicomi. Guai a dimenticare infatti gli orrori che quelle realtà riuscivano a generare, specie se da più parti resta la tentazione di riproporle. La Memoria è un dovere, ricorda Lupo citando Primo Levi. E, sebbene la notte sia finita, l'alba stenta a trasparire. Ricordate l'elettroshock? "Quella pratica - ammonisce Lupo - spegneva le persone, negando loro ogni capacità contrattuale. Puntava a una terribile, indescrivibile forma di sudditanza elettrificata. Ebbene, l'elettroshock oggi è un metodo bandito. E ciò lo si deve alla nostra tenace contestazione".

Dunque? "Dunque - dice ancora il segretario - occorre sempre di più collegare idee e metodi, alimentando il dialogo tra le posizioni in gioco". Poi, le battaglie da intraprendere. E quelle da riattivare. L'Amministratore di sostegno, per esempio, è una figura ferma alla Commissione Giustizia del Senato: è necessario che diventi operativa per ridurre la discutibile pratica delle interdizioni incontrollate. Dunque, si faccia presto. E ancora: i manicomi giudiziari. Sono ancora tutti lì, aperti a segregare centinaia di detenuti. "Bisogna chiuderli", ha ribadito Lupo. "Con l'aiuto - ha aggiunto - di quanti condividono questa nostra esigenza. Altro tema: l'impresa sociale. Va alimentata, è il parere di Psichiatria democratica, a patto che non si tramuti in un banale ammortizzatore sociale, magari a basso costo. Altra battaglia urgente? Quella sui Servizi di diagnosi e cura. Qui non si usano mezzi termini: "Sono ancora oggi luoghi di insopportabile parcheggio e talora di contenzione. Ma ora bisogna sollecitare e orientare le Asl affinchè investano mirate risorse". Già.

Ma dove può davvero avvenire il confronto? Ovunque, dice Lupo, anche nella Consulta nazionale di salute mentale cui Psichiatria democratica aderisce senza riserve. Più di una riserva, invece, viene espressa nei confronti dell'Osservatorio nazionale di salute mentale dove - viene detto - "da parte del ministro Veronesi sembrano più importanti le categorie che mantenere viva la tensione promossa dal ministro Bindi". E si parla, infine, dell'organizzazione: "I dirigenti hanno ritrovato e preteso rigore. Basta con l'evanescenza. E con alcuni opportunismi che pure sono emersi. Stiamo crescendo: dentro la società, contro tutti i luoghi che separano invece di coinvolgere. Ci siamo, in questi anni, schierati anche contro la guerra nei Balcani - ha concluso Lupo - perchè la dimensione politica non ci è affatto estranea. È in tale ottica che propongo un'Assise nazionale di tutti i soggetti collettivi che operano nella salute mentale: l'obiettivo? Far nascere dal basso una valanga di nuove iniziative. Perchè, come diceva Bertold Brecht, l'unico mondo che vale la pena di descrivere è quello che può essere cambiato".